Giro della Puglia in bicicletta

Giro della Puglia in bici: diario epico di Ale e Anto

Cari ciclonauti, 
sappiamo che pedalare è bello ma durante le ferie, ancora di più visitando posti insoliti lontano da casa, magari all'estero. Anche la nostra penisola si presta ad essere attraversata in sella ma ad ogni modo, raggiungere la partenza del tour rappresenta un problema quando si sondano le proposte di trasporto bicicletta. 
Se vi può tornarvi utile, vi racconto la nostra esperienza di viaggio dei primi di giugno del 2019, quella del tour del Salento assieme alla mia compagna. Lei ha pedalato su una bici da corsa in carbonio e io ho spinto un mulo di alluminio per portare i miei e i suoi bagagli (il prezzo da pagare per convincerla a partire e ammansirla).

Da Trieste, prendiamo il volo Ryanair per Bari, prenotato tre mesi prima. Il costo si suddivide in €30 per persona e €60 per l'imbarco bici, per un totale di €180. Inseriamo le bici inscatolate, togliendo entrambe le ruote sgonfiate, dopo aver abbassato la sella e smontato il manubrio dalla pipa. Nelle scatole mettiamo anche il bagaglio, riducendo a borsello e marsupio il resto per non pagare supplementi, considerato che Ryanair ha eliminato il trolley come bagaglio a mano gratuito.
Il volo è rilassante per Anto che si addormenta con fanciullesca facilità, mentre io non ho pace: guardo giù dal finestrino immaginando ciclabili, gioco con il telefono, controllo mille volte le mete e le tappe e solo all'atterraggio mi tranquillizzo con gli scatoloni appena ritirati all'Aeroporto di Bari (Karol Wojtyła).

Sballiamo le bici e le rimettiamo in assetto di marcia, carichiamo i bagagli, dando infine il primo colpo di pedale per demolire i dieci chilometri che ci separano dal centro di Bari.
La stanza (prenotata su Booking.com) si trova al piano terra di un palazzo particolare, accogliente e dotato di tutti i comfort necessari. Durante la cena al ristorante Fra Bo, ci godiamo la partita di basket della squadra di Trieste mentre mangiamo un delizioso piatto di orecchiette con le cime di rapa.
Quando ci ritiriamo in stanza, allaccio i caricabatterie alla rete, e finalmente spengo la luce.


Mercoledì, 19 Giugno 2019: Bari – Alberobello

La sveglia suona, sembra una scarica elettrica. Che emozione indescrivibile, dopo aver riportato in strada le nostre bici, io e Anto, siamo finalmente in sella in procinto di iniziare il tour! Ottanta km ci attendono fino ad Alberobello. Prendiamo un cappuccino e un cornetto per dare benzina alle gambe e si và. Le condizioni sono subito chiare: il cielo è sereno, limpido, con un sole già deciso. La temperatura si attesta sui 22° nelle prime ore, salendo ferocemente fino a toccare i 30° nel primo pomeriggio. L'umidità elevata rende l'aria densa di profumi e salsedine, in netto contrasto con la nostra Trieste con un clima più secco.

Usciamo da Bari con molta facilità, il percorso è chiaro e il GPS compie egregiamente il suo lavoro. Non cerchiamo record, ma l'estasi di goderci ogni metro. il cielo è di un blu intenso e l'aria è fresca e leggera, una vera benedizione per iniziare i nostri primi km sotto il sole. L'uscita da Bari è incredibilmente fluida, quasi un gioco da ragazzi. Prima di iniziare un tour, mille dubbi riempiono la testa, vengo preso dal timore di qualche foratura, di sbagliare strada e finire chissadove perdendo tempo ed energie, ma incredibilmente, una volta instradato entro in una modalità distesa e tutto diventa semplice e godibile.

In questa giornata, la nostra ascesa totale è di circa 470 metri, una fatica che sentiamo nelle gambe ma che ci rende orgogliosi. Il nostro viaggio prende forma mentre i chilometri si accumulano: percorriamo la SP 105 e la SP 234 con una sensazione di libertà assoluta, le ruote macinano l'asfalto senza esitazione. Il primo centro importante che intercettiamo è Rutigliano, di cui notiamo il profilo in lontananza, un'anteprima che ci spinge avanti. Non ci fermiamo, la nostra meta è chiara, ma l'energia della mattinata ci travolge.

Dopo circa due ore di pedalata, intorno alle 11:30, arriviamo a Conversano, e qui facciamo la nostra prima, meritata sosta per sgranchirci le gambe e ammirare la città. Conversano ci accoglie con la sua storia imponente: il Castello Aragonese domina la piazza; la sua storia affonda le radici in epoca normanna e il suo aspetto attuale è frutto di rimaneggiamenti successivi. Proprio accanto, la Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, splendida, dove abbiamo la fortuna di assistere all'uscita degli sposi da un matrimonio, un momento di pura gioia e festa che ci contagia.

La fame è un tiranno implacabile! Il nostro pranzo è un rito sacro in un bistrot poco distante dal castello di Conversano: orecchiette e pomodorini freschi che ci fanno pagare 10€ a persona. Dopo ore di pedalata sotto il sole implacabile, arriva il premio: approdiamo a Castellana Grotte!
Per fare il "Percorso Lungo", ci vengono chiesti 18 € a persona, decisamente costoso, ma è un posto irrinunciabile. Scendere nelle viscere della terra significa entrare in un regno di silenzio ovattato e umida frescura, un contrasto strabiliante con i 30° esterni.

Le Grotte di Castellana sono un capolavoro geologico che risale a 90 milioni di anni fa, uno spettacolo sotterraneo di stalattiti e stalagmiti. Io e Anto camminiamo rapiti seguendo la nostra guida che ci conduce fino al tesoro scintillante della Grotta Bianca.
Riemersi alla luce riprendiamo la pedalata, le gambe urlano negli ultimi saliscendi, ma la vista dei primi tetti a cono ci dà la spinta finale! L'ultima fatica ci attende. Riprendiamo velocemente le bici con un sorriso, sono circa le 15:00, la temperatura è salita, ma non ci arrendiamo. Attraversiamo un paesaggio di ulivi e muretti a secco, l'aria ora è calda, ma la brezza ci dà tregua.

Finalmente, in un momento di pura esaltazione, intorno alle sei e un quarto la raggiungiamo: Alberobello, la nostra meta di giornata, è qui. La soddisfazione è indescrivibile, un urlo di trionfo silenzioso accompagna il nostro arrivo. Subito, troviamo una splendida terrazza panoramica che domina l'intero Rione Monti, una vista che ci toglie il respiro: un mare di Trulli, quelle straordinarie costruzioni coniche in pietra calcarea che raccontano una storia contadina unica.
Alberobello è viva, è un gioiello abbagliante. Andiamo dritti alla nostra sistemazione e depositiamo le bici alla Casa Albergo Sant'Antonio, un luogo unico! È un antico convento francescano risalente al '600, ora ristrutturato con cura, che mantiene un'aura di sacralità e pace. 

Dormire in questo luogo, che è stato testimone di secoli di storia, ha un costo di 55 € per una notte in coppia: un lusso per lo spirito. Fare una doccia dopo ottanta km in bicicletta è terapeutico, ma dopo un attimo di riposo, la fame risale in modo epico. Tutta la nostra fatica si trasforma in voglia di gusto! La sera, intorno alle otto e mezza, ci tuffiamo nel cuore pulsante del borgo, che a quell'ora è di una vivacità contagiosa, nonostante la nostra stanchezza. La cena è un trionfo della tradizione pugliese alla Braceria La Fontana: ordiniamo le celebri bombette, involtini di carne di maiale ripieni, che sono semplicemente straordinarie, succulente, una vera festa per il palato. Il costo della cena, con carne e contorni, è di 23 € in due. Torniamo al convento con il fisico spossato e il cuore leggero. La stanchezza è profonda, ma la soddisfazione è immensa. Abbiamo conquistato Alberobello con la sola forza delle nostre gambe sotto il sole cocente.


Giovedì, 20 Giugno 2019: Alberobello – Marina di Pulsano (Taranto)

Ripartiamo con la magia dei Trulli alle nostre spalle, e il sole pugliese ci accoglie per una tappa dal doppio volto. La temperatura media mattutina è piacevolmente sui 24°, destinata a salire bruscamente oltre i 30° nel pomeriggio. Il cielo è limpido e sereno promettendo un altro giorno di sole accecante, e l'umidità ci ricorda costantemente la vicinanza del mare. La prima parte ci vede percorrere 46 km attraverso la divina Valle d'Itria, un mosaico di muretti a secco e ulivi, affrontando 300 mt di dolce dislivello. Poi si sale vertiginosamente verso l'abitato di Martina Franca lassù sul colle. Avremmo potuto schivarla e pedalare fino a Taranto, ma perdere ogni bellezza per pigrizia va contro la nostra voglia di scoperta.

Il sole della Valle d’Itria non concede tregua mentre arranchiamo verso l'alto, ma non appena varchiamo la Porta di Santo Stefano, la sgobbata si trasforma in stupore.
Martina Franca ci accoglie con l’eleganza del suo "barocco martinese", un trionfo di decorazioni in pietra calcarea che sembrano quasi sciogliersi sotto il calore accecante di questo giugno pugliese.
Abbiamo solo un'ora, ma basta per sentirsi immersi in un'altra epoca. Parcheggiamo le bici vicino alla Basilica di San Martino: la sua facciata è un ricamo di santi e angeli che sfida l'azzurro del cielo. Camminiamo per pochi minuti tra i vicoli stretti e bianchi, dove l’aria è densa dell'odore del celebre Capocollo di Martina Franca, che qui è un’istituzione, ma con 35 gradi i nostri pensieri sono rivolti a qualcosa di più rinfrescante.

Il sole della Valle d’Itria non concede tregua mentre arranchiamo verso l'alto, ma non appena varchiamo la Porta di Santo Stefano, la fatica si trasforma in stupore. Martina Franca ci accoglie con l’eleganza del suo "barocco martinese", un trionfo di decorazioni in pietra calcarea che sembrano quasi sciogliersi sotto il calore accecante di questo giugno pugliese.
Abbiamo solo un'ora, ma basta per sentirsi immersi in un'altra epoca. Parcheggiamo le bici vicino alla Basilica di San Martino: la sua facciata è un ricamo di santi e angeli che sfida l'azzurro del cielo. 

Camminiamo per pochi minuti tra i vicoli stretti e bianchi, dove l’aria è densa dell'odore del celebre Capocollo di Martina Franca, che qui è un’istituzione, ma con 35 gradi i nostri pensieri sono rivolti a qualcosa di più rinfrescante.
Troviamo rifugio all'ombra dei portici di Piazza Maria Immacolata. Ci sediamo al tavolino di un bar storico, quasi senza fiato. Ordiniamo due bibite ghiacciate: il tintinnio dei cubetti di ghiaccio contro il vetro è la musica più bella della giornata. Mentre sorseggiamo le bevande, osserviamo il viavai lento della piazza dove stanno montando le classiche luminarie per una festa paesana; qui l'architettura è scenografia pura, con balconi panciuti in ferro battuto che si affacciano come palchi di un teatro.

Purtroppo il tempo è un tiranno e Taranto ci aspetta. Riprendiamo le bici, sentendo il calore della sella rovente quando ci sediamo. Usciamo dal centro storico, lasciandoci alle spalle il bianco abbagliante e l'eleganza aristocratica. Il passaggio a Martina Franca è stata un'immersione nell'eleganza barocca. I muscoli si riattivano e l’aria, seppur calda, torna a scorrere sui nostri visi mentre le ruote ricominciano a macinare chilometri verso l'orizzonte ionico. Il caldo sulla statale mi suggerisce di sfilare la maglia esponendo la schiena scoperta al sole. Una leggerezza che mi costerà.

Ora ci aspetta la discesa verso la Città dei due mari e torniamo a godere di un paesaggio rurale incantevole prima che il paesaggio muti nel drammatico approccio a Taranto, dominato dall'immenso impianto siderurgico.
Poco dopo gli ulivi secolari iniziano a convivere con un orizzonte che si fa cupo: ecco che appare, immenso e alieno, l’impianto siderurgico. Si stende l'ombra del gigante: l'ex ILVA (Acciaierie d'Italia).
Mentre pedaliamo, le sagome dei camini e degli altiforni dominano la vista. È un impatto visivo brutale. L'acciaieria rappresenta il paradosso di questa terra: per decenni è stata il motore occupazionale del Sud, garantendo il "pane" a migliaia di famiglie, ma a un prezzo altissimo. Riflettiamo sulla ferita ambientale, sulla polvere rossa che per anni ha coperto i quartieri vicini e sulle problematiche sanitarie che pesano sulla città. È un gigante ferito che divide l'opinione pubblica tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute.

Attraversiamo il ponte e ci inoltriamo nella bellezza ferita di Taranto Vecchia. Qui, l'emozione si mescola alla malinconia. Osserviamo una decadenza che sorprende: palazzi nobiliari con facciate scrostate, vicoli angusti dove l'umidità del mare mangia i muri e strutture puntellate da travi di ferro. Il motivo di questo abbandono è complesso: decenni di incuria, lo spopolamento verso i quartieri nuovi e la fragilità strutturale di un'isola che sembra quasi voler scivolare in mare. Eppure, tra le macerie, lo spirito dei tarantini pulsa ancora vivo.

La fame si fa sentire e puntiamo alla Locanda dei Briganti. L'atmosfera è autentica: le sedie sono sistemate direttamente in strada, sotto il sole mitigato da un ombrellone, il profumo di brace ci invita a sederci. Ordiniamo le leggendarie bombette pugliesi e spiedini di carne mista. Mangiare con le mani, sentendo il calore del grasso che si scioglie sulla carne arrosto, è un rito che ci riconcilia con il mondo. Nell'attesa che la carne sia pronta, facciamo il punto tappa e trovo una buona sistemazione per 50 euro a Marina di Pulsano all'Eden Park Hotel & Bungalow. Dista una trentina di chilometri e senza esitazione invio la richiesta.

Dopo pranzo, la nostra visita continua verso il Castello Aragonese. Veniamo accolti da una guida della Marina Militare estremamente competente. Le sue parole ci portano indietro nel tempo, tra le fortificazioni bizantine e le modifiche spagnole. Il castello, affacciato sul canale che unisce il Mar Piccolo al Mar Grande, è tenuto magnificamente. Visitiamo le cannoniere e i camminamenti, affascinati dal ruolo strategico che questa base ha ancora oggi per la difesa del Mediterraneo.
Sono le 15:45, è ora di ripartire. Passiamo il Ponte Girevole e imbocchiamo il Lungomare Vittorio Emanuele III. La vista qui è spettacolare: una terrazza monumentale che si affaccia sullo Jonio, con i palazzi in stile fascista che disegnano un profilo imponente e ordinato, in netto contrasto con la città vecchia. La brezza marina ci accompagna mentre le nostre bici scorrono sull'asfalto liscio.

Usciamo dalla città lasciandoci alle spalle le gru del porto e l'acciaieria, affrontando la seconda e più breve parte verso la costa: 23 km con il caldo che raggiunge il suo picco ben oltre i 30°, rendendo l'aria pesante e i miraggi sull'asfalto quasi tangibili. Fortunatamente, l'aria contraria ci dà un po' di sollievo.
La vista sul Golfo di Taranto è spettacolare. La strada si fa costiera, il blu del mare diventa sempre più limpido. Pedaliamo con energia spinti dal desiderio di un bagno prima del tramonto verso Marina di Pulsano, dove ci attende il meritato riposo. Una volta arrivati prendiamo possesso della stanza e corriamo sulla spiaggia. L'acqua cristallina è la ricompensa perfetta. Stanchi ma rigenerati, ci concediamo una cena a base di pesce fresco locale. Ci costa 55 euro ma è il giusto sigillo su un'altra tappa epica.


Venerdì, 21 Giugno: il solstizio d’acciaio verso Gallipoli

Il grido del gallo ci sveglia in questo 21 giugno, giorno di solstizio d’estate e di caldo record. Siamo pronti per la cavalcata costiera verso Gallipoli: 86 km di asfalto e luce. Partiamo alle 8:15, cercando di battere l'afa, ma le previsioni sono spietate: le temperature sono destinate a superare i 30° verso mezzogiorno. Il cielo è di un azzurro lattiginoso, privo di nuvole, e un fastidioso venticello ci sferza costantemente contro, trasformando ogni metro in una sfida di resistenza.
Il percorso, però, ci regala scenari di una bellezza immediata e commovente. La strada si snoda lungo una costa selvaggia, dove imponenti dune di sabbia bianchissima separano la carreggiata dal mare turchese.

Osserviamo con stupore la vegetazione eroica che popola questo ecosistema fragile: ciuffi di sparto pungente, ginepro coccolone che si piega al vento e i candidi gigli di mare che fioriscono direttamente tra i granelli di sabbia, sfidando l’arsura. L’aria è densa, impregnata dei profumi della macchia mediterranea: un mix di rosmarino selvatico, resina e salsedine che incorniciano tutto il litorale ionico.
Dopo chilometri di sudore e fatica, ecco apparire il miracolo: Punta Prosciutto! La vista dell'acqua cristallina, simile a quella di un atollo tropicale, ci costringe a fermarci, un bagno qui non è un lusso ma un rito rivitalizzante per i muscoli e la mente. 

Per pranzo, facciamo una pausa tattica al Lido Teranga Bay e per ricaricarci di  calorie senza appesantirci troppo, mangiamo due hot dog spendendo 14 euro.
La ripartenza è dura
. La monotonia della pianura salentina, abbinata all'aumento inesorabile della temperatura che ora brucia sulla pelle, rende l'ultima parte del tragitto una vera battaglia psicologica contro noi stessi. Il riverbero del sole sull'asfalto crea miraggi di acqua in lontananza. Arrivare a Gallipoli è un atto di volontà pura e infatti Anto è provata ma stoicamente resiste. Il sole, la polvere e il sudore creano un impasto simile a un cerone. 

La nostra accoglienza è al B&B Dimora Muzio, nel centro storico di Gallipoli, a pochi passi dalla meravigliosa Cattedrale di Sant’Agata e a soli 150 metri dalla spiaggia della Purità, un angolo di pace che ci permette di abbandonare finalmente le bici. Ci danno le chiavi di un monolocale molto ampio, sapientemente ristrutturato ma dal sapore antico. La stanza da lettto è caratterizzata dalla presenza di suggestive volte a stella e bellissimi affreschi, il bagno dispone di tutto quello che serve.
La doccia ci consente di ritornare a un aspetto umano e riusciamo a lavare dalle divise la polvere e il sudore. Dopo un'ora di meritato riposo sul letto, la sera scendiamo a Gallipoli Vecchia che ci rapisce con il suo dedalo di vicoli bianchi e l'atmosfera magica dell'isola greca. Per cena, ci concediamo una trionfante pizza in una ristorante del centro, decisamente meno cara dei piatti di mare che qui a Gallipoli costano molto di più rispetto alla media. Alziamo i calici per un brindisi al successo della nostra impresa mentre l'ultimo sole del solstizio scompare lentamente dietro l'orizzonte dello Ionio.


Sabato, 22 Giugno: verso il Finis Terrae e la sfida della Litoranea

Svegliarsi a Gallipoli con l'odore salmastro che pervade la stanza è l'essenza della felicità. Saliamo all'ultimo piano per fare una colazione tra le tende svolazzanti e un fantastico panorama sui tetti. Tuttavia, l’obiettivo del giorno è ambizioso e ci spinge verso l'estremo: il "finis terrae" d'Italia. Ci attendono almeno 80 km con un dislivello complessivo che sfiora i 600 metri, una tappa che la nostra traccia Strava prevede di completare in circa cinque ore di pedalata effettiva. Non pubblicizzo eccessivamente il mio intento ad Anto, e ben mi guardo dal metterla a conoscenza delle salite che ci aspettano dopo Leuca. Meglio che le affronti di pedalata in pedalata.

Il sole è già alto e si conferma il nostro Deus Maximo. Il clima è torrido: le previsioni indicano che le temperature oscilleranno costantemente tra i 28° e i 32° nel primo pomeriggio, con un’umidità che renderà ogni respiro più pesante.
Lungo la litoranea ionica, prima di puntare a sud, ci concediamo una sosta rigenerante a Pescoluse, nelle celebri "Maldive del Salento". La bellezza del posto è quasi irreale: una distesa di sabbia fine e bianchissima che riflette la luce solare, bagnata da un'acqua così trasparente e turchese da non aver nulla da invidiare ai paradisi tropicali. Il bagno è un momento di estasi pura; restiamo a galla in quel cristallo liquido, cercando di immagazzinare freschezza per la battaglia che ci aspetta.

Riprendiamo le bici e raggiungiamo Santa Maria di Leuca. È un momento epico: siamo nel punto d'incontro dei due mari, lo Ionio e l'Adriatico. La nostra sosta si concentra sul sacro e sul maestoso: il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae e l'imponente Faro, il gigante bianco che veglia sulla punta estrema dello stivale. La vista da lassù è un blu infinito che regala una sensazione di onnipotenza. Per ricaricare le forze, divoriamo un rustico salentino al costo di 10€, un guscio di pasta sfoglia che nasconde un cuore bollente di besciamella, pomodoro e mozzarella.

La vera prova di carattere inizia ora. Lasciata Leuca, la strada abbandona la pianura e si trasforma nella scenografica ma spietata Litoranea Adriatica in direzione Tricase. La strada si impenna subito: è una salita lunga, costante e cattiva che si snoda alta sulla scogliera aspra.
Per me lo sforzo è titanico. In sella al mio "Tesoro" di alluminio e dovendo spingere non solo il mio peso, ma anche i bagagli di entrambi, sento il carico extra su ogni tornante; la bici oscilla avvinghiata alla zavorra delle borse e le gambe bruciano mentre cerco di mantenere il ritmo per non mettere il piede a terra.

Finalmente termina la prima parte e dopo lo scollinamento scendiamo verso il Ciolo. Incastonato tra le rocce selvagge del Salento, il Ciolo è un capolavoro di pura adrenalina. L'imponente ponte sfida la gravità, offrendo un palcoscenico per i tuffatori più audaci: anime impavide che volano nel vuoto, fendendo l'aria prima di sprofondare nel blu cobalto.
Ai piedi dell’abisso, una gemma di spiaggia accoglie il respiro del mare, mentre la misteriosa grotta millenaria sussurra leggende tra i riflessi smeraldo. Non è solo un luogo, è un brivido primordiale dove la natura grida la sua bellezza, un salto nel cuore selvaggio della Puglia. Dopo le foto di rito, si riprende per il secondo round. Anto guarda la traccia: è abbronzata, con i capelli arruffati, le guance rosse, beve un sorso d'acqua e con un sorriso infonde a entrambi il coraggio necessario.

In piedi sui pedali, metto un rapporto basso e spingo quasi in trance. Anto, sulla sua leggera bici in carbonio procede più agile, ma il riverbero del sole sulle rocce chiare rende anche a lei l'ascesa un forno a cielo aperto. La salita sembra non finire mai, un susseguirsi di tornanti che nascondono altra salita, dossi e pendenze che mettono a dura prova la nostra resistenza.
Finalmente, con i muscoli tesi e il respiro affannato, raggiungiamo l'incrocio che porterebbe a Tricase. Fermi a rifiatare su un terrazzo panoramico, cerco un albergo conveniente nelle vicinanze, ma qualcosa sotto i cinquanta euro ci porterebbe a due scelte: la prima distante 25 km, la seconda su un colle ricco di altri tornanti. Sotto di noi  a Marina Serra c'è l'hotel "Il Vascello" che chiede 65€ per la matrimoniale e immediatamente ci rappresenta un porto sicuro dove riparare dopo una giornata dura. 

Scendiamo di quota arrivando al mare prendendo possesso della stanza, non prima di fare un tuffo nelle Piscine naturali di Marina di Serra.
Qui la natura si è fatta architetto, scolpendo nella costa una mezzaluna di roccia perfetta. La baia è nata dall'erosione secolare di vento e onde, è un’insenatura protetta dove l’Adriatico si placa in acque cristalline e bassissime, ideali per un bagno rigenerante. Esploriamo anfratti e grotte marine. Piccoli rivoli di acqua dolce sorgiva rinfrescano il bacino, creando un'oasi di pace pura e selvaggia nel cuore del Salento.
Dopo una doccia che lava via il sale e la fatica, ci godiamo la meritata ricompensa: una cena tradizionale con orecchiette fatte a mano e polpette al sugo. È un inno ai sapori della terra che ci ridà vita. L'hotel è il rifugio perfetto, ma la vera soddisfazione è nel cuore: abbiamo conquistato la punta più a sud del nostro viaggio e abbiamo vinto la sfida contro la grande salita!


Domenica, 23 Giugno 2019: l’incanto Adriatico e la grotta della Poesia

Il sole di questa domenica di giugno sorge alto su Marina Serra, e con lui la nostra adrenalina.  Ho pagato la leggerezza di pedalare senza maglia con una fastidiosa scottatura della schiena. Da adesso in poi devo ungermi frequentemente con un doposole e tenere rigorosamente la maglia addosso.
Sono le 9:30:  montiamo in sella, pronti a sfidare l’Adriatico in una tappa che è un vero inno alla bellezza. La traccia Strava parla chiaro: ci attendono un ottantina di chilometri di pura intensità e un dislivello di più di 730 metri. Non è una passeggiata, è una danza continua tra cielo e mare su un percorso "mangia e bevi" che non lascia tregua alle gambe.
La prima sosta è incantevole: Porto Tricase. Mentre sorseggiamo un caffè riparati dall'ombra, un tripudio di ottoni e percussioni rompe il silenzio. È la banda musicale del paese! Li osserviamo sfilare in divisa, fieri, per poi fermarsi in una rappresentazione che incanta residenti e turisti. È il cuore pulsante della Puglia che ci saluta prima della fatica.

Riprendiamo la corsa verso la Grotta della Zinzolusa. Lo spettacolo è imponente: una cattedrale naturale scavata nella roccia che si affaccia sull'abisso blu. La discesa verso l'ingresso è un viaggio nelle viscere della terra, tra stalattiti e leggende. Ma è il caldo a dettare legge, con il termometro che si impenna verso i 30°C; non resistiamo e ci tuffiamo in un’acqua così fresca e rigenerante da farci dimenticare ogni sforzo.
La strada continua a salire. La pendenza si fa sentire, soprattutto nei tratti verso Santa Cesarea Terme. Qui il paesaggio cambia: l'architettura moresca delle ville si staglia contro l'azzurro. Accostiamo per scattare foto alla celebre piscina sulfurea, un gioiello incastonato nella scogliera dove l'odore dello zolfo si mescola alla salsedine. 

La strada provinciale 358 diventa salita sfidante, non c'è posto per una ciclabile e bisogna pedalare con molta attenzione. Fortunatamente il vento è alle nostre spalle. Poco fuori dall'abitato di Otranto, la natura esplode nei contrasti cromatici della Cava di Bauxite, un cratere di terra rossa che custodisce un laghetto verde smeraldo, testimonianza di un passato minerario ormai fuso con l'ecosistema. Un breve passaggio e un paio di foto e poi, finalmente, ecco Otranto. Il cuore batte forte mentre entriamo nella "Porta d'Oriente" per eccellenza. La città si distende su un promontorio calcareo dove l'Adriatico sembra quasi toccare lo Ionio. Ammiriamo una varietà geomorfologica incredibile: dalle vertiginose scogliere a picco sul mare a sud, fino alle morbide e candide dune dei Laghi Alimini che intravediamo verso nord.

Il cuore pulsante della città è un labirinto di vicoli candidi protetti dalle imponenti mura aragonesi e dal massiccio castello, una fortezza che sembra sorgere direttamente dallo scoglio per difendere tesori millenari. Entrando nella Cattedrale di Otranto, restiamo senza fiato davanti al mosaico pavimentale: un "Albero della Vita" che è uno dei più grandi d'Europa. 
Prima di ripartire, il nostro sguardo corre verso Punta Palascia, dove il faro solitario domina il Canale d'Otranto: è il lembo di terra più orientale d'Italia. Nei giorni tersi come questo, le montagne dell'Albania si stagliano all'orizzonte, rendendo questa città un ponte visivo tra culture differenti.

La sosta per il pranzo è una festa della tradizione: divoriamo due panzerotti fumanti ciascuno al Forno 2M spendendo una decina di euro. Ristorati, puntiamo verso la Grotta della Poesia a Roca Vecchia. I pedali macinano chilometri sotto un sole che infuoca l'asfalto, ma l'eccitazione per la meta ci spinge avanti. Arrivarci sarà come scovare un tesoro leggendario. Abbiamo letto che questo anfiteatro naturale di roccia calcarea chiara racchiude una piscina naturale d'acqua smeraldo, con anfratti e tunnel sotterranei che la collegano al mare aperto.
È un luogo che ispira poesia.

Finalmente, il mare si rivela in un'esplosione di blu e parcheggiamo le nostre fedeli biciclette con riverenza, legandole ai paletti. Le scarpe da ciclista, solitamente perfette sulla pedaliera, ora si rivelano nemiche giurate delle rocce scabrose, ma non ci arrendiamo.
Con qualche scivolone ci inerpichiamo fino a dominare il panorama. La Grotta Piccola si apre sotto di noi, un anfiteatro naturale dove l'acqua danza, e laggiù alcuni kayak esplorano silenti gli anfratti, rendendo la scena quasi cinematografica. La voglia di tuffarci è irrefrenabile, e così ci spostiamo verso la Grotta Grande: ci prendiamo per mano spiccando un gran bel salto e il mare ci abbraccia solennemente, come fosse un battesimo salentino.

Nuotiamo nella grotta arrivando e un passaggio segreto ci conduce fino al mare aperto, un respiro di libertà che ci lascia stupefatti. Un'ora e mezza vola via come un sogno, un'esperienza che ci riempie l'anima di gioia. Poi, di nuovo sulle nostre biciclette, riprendiamo il viaggio verso nord, lasciandoci alle spalle la magia, ma portandola dentro, incancellabile.
L'ultimo tratto verso San Foca è una lotta contro la brezza marina che ora ci respinge contraria, rendendo gli ultimi chilometri una prova di nervi e muscoli. Ma quando le prime case di San Foca appaiono, un sospiro di sollievo ci libera il petto. Raggiungiamo il B&B La Piazzetta dove una matrimoniale ci costa  €50. La sera scivola via in un tripudio di carboidrati: una pizza fumante per onorare il successo di questa giornata epica.


Lunedì, 24 Giugno 2019: San Foca – Brindisi

Sono le 9 e mezza, oggi ci siamo un po' attardati e ci daremo da fare per recuperare strada facendo. Il sole è già alto su San Foca quando montiamo in sella. L'aria vibra di quella promessa che solo le ultime tappe sanno dare: il gran finale è vicino. Attivo l'applicazione di Strava, un rapido controllo ai bagagli e via: ci aspettano quasi 90 chilometri di adrenalina, sudore e bellezza.
Il cielo è di un azzurro accecante, una lastra di cristallo senza una nuvola, ma il termometro non perdona: 32 gradi che, combinati con l'umidità densa del Salento, rendono ogni colpo di pedale una conferma di forza e volontà. Raggiunto l'incrocio sulla strada provinciale del lido puntiamo verso ovest, lasciandoci la costa alle spalle per immergerci nell'entroterra verso Lecce, la "Firenze del Sud".

Entrare in città in sella alle bici è un'esperienza mistica. Il barocco leccese ci accoglie con la sua pietra dorata che sembra quasi ammorbidita sotto i raggi del sole. Parcheggiamo e ci perdiamo a piedi tra i vicoli: restiamo incantati davanti alla facciata della Basilica di Santa Croce, un tripudio di angeli e creature fantastiche, e all'Anfiteatro Romano che riposa nel cuore di Piazza Sant'Oronzo. È un'immersione totale nell'arte, ma il tempo stringe. La nostra filosofia per il cibo a pranzo oggi è spartana e con 12 euro di spesa in un supermercato confezioniamo un pasto veloce che consumiamo all'ombra e siamo di nuovo pronti a correre in dieci minuti.

Usciamo dalla città imboccando via Frigole in discesa. Il richiamo dell'Adriatico è irresistibile e pedalando sotto un sole che picchia duro, raggiungiamo un luogo magico: il Ponte del Drago. 
Qui il mistero scorre sotto i nostri piedi. Il fiume Idume, che attraversa segretamente i sotterranei di Lecce, riemerge proprio qui, alimentando un bacino d'acqua, dolce e limpidissima.
Si narra che le sue acque siano sacre, abitate un tempo da fate e spiriti e così ci immergiamo per assorbire le energie delle leggende: l'acqua è fresca, trasmette un brivido che rigenera i muscoli stanchi e purifica lo spirito.
Dopo il bagno, facciamo una passeggiata sulla spiaggia libera Lu Bacinu, tra dune e macchia mediterranea. Ma per quanto possa essere affascinante il frangersi delle onde sulla spiaggia, Brindisi ci aspetta.
Quindi risaliamo in sella per l'ultimo sforzo: una pedalata intensa, ritmata, quasi rabbiosa contro il vento e la fatica. Anto si pone determinata davanti a me per tagliarmi l'aria, e spingo ancora di più.

Copriamo i 245 metri di dislivello totale con una grinta che non sapevamo di avere dopo sette ore e mezza di attività.
L'ingresso a Brindisi è un trionfo e un sollievo. Troviamo subito il B&B Annunziata, la nostra oasi per stasera e dopo una doccia che sa di vittoria, usciamo nel cuore pulsante della città. Corso Garibaldi è vibrante, pieno di vita e di luci, ci sediamo per cena, l'atmosfera è elettrica. Ci troviamo quasi sorpresi in Piazza Mercato gremita di persone che aspettano pazientemente un tavolo sotto un padiglione dove si mangia carne della macelleria Escosazio. Preparano e tagliano un antologia di pezzature cotte sulle braci con maestria. Ordiniamo polpette e bombette e due prosecchi, ci guardiamo negli occhi e alziamo i calici: "Cin-cin, Anto!". Il tintinnio dei bicchieri suggella la fine di una bella tappa del nostro viaggio incredibile.


Martedì, 25 Giugno 2019: Brindisi – Monopoli

Iniziamo una pedalata di ricongiunzione che ci riporta aderenti all'Adriatico, una lunga carezza alla costa che ci condurrà da Brindisi a Monopoli. Il cielo è color zaffiro e le temperature calde, con il termometro che segna già 28°C al mattino, destinati a salire grazie a un sole splendente che ci accompagnerà per tutta la tappa. Il clima è mitigato solo dalla brezza marina che ci regala l'illusione di una frescura che addolcisce la fatica degli 80 chilometri che ci separano da Monopoli. Pedaliamo con un ritmo costante, mantenendo una velocità di crociera di 23 km/h, mentre la litoranea si srotola sotto i nostri copertoni come un nastro di lava nera.

Attraversiamo la Riserva di Torre Guaceto, dove la macchia mediterranea profuma di resina e salsedine, poi sfrecciamo per Specchiolla e l'elegante Torre Santa Sabina, ma il momento cruciale della tappa è a Torre Pozzelle: qui abbandoniamo le bici e ci tuffiamo in un’acqua turchese così trasparente da sembrare irreale, un momento di rigenerazione che lava via il sale e il sudore accumulato sotto i 31°C del primo pomeriggio. Dopo un pranzo veloce, la pedalata si fa intensa; le gambe girano bene, spinte ad un ritmo sostenuto ma per niente pesante, segno che il viaggio ci ha ormai forgiati.
L'arrivo a Monopoli è un’epifania: questa città, incastonata come una perla sulla costa barese, ci accoglie con il suo fascino millenario di porto fortificato.

Fondata su insediamenti messapici e fiorita sotto l'influenza veneziana e spagnola, Monopoli è un trionfo di architettura difensiva e barocca, con il maestoso Castello Carlo V che domina il mare e le facciate bianche delle case che riflettono la luce abbacinante.
Troviamo rifugio in un caratteristico B&B nel cuore del centro storico per 48 euro, un nido di pietra e storia. Quando il tramonto cede il passo alla sera, il borgo si accende con un’illuminazione scenografica e ricercata che trasforma ogni vicolo in un set cinematografico. Chiudiamo in bellezza al Pub Sottocoperta, dove davanti a due piatti fumanti di "Strascinate" con pomodorini freschi, basilico e una pioggia generosa di cacio ricotta, brindiamo a questo viaggio incredibile e con il cuore colmo di meraviglia.


Mercoledì, 26 Giugno 2019: Monopoli – Bari

Di buon mattino carichiamo i bagagli sulla mia bici per il nuovo atto: la Monopoli-Bari. È una giornata tersa, con il termometro che segna 29°C e un vento leggero che mitiga l'umidità, rendendo perfetti questi 54 km di cavalcata. Lasciamo Monopoli e ci immergiamo nei colori di Capitolo, dove le spiagge di sabbia finissima si alternano a calette bagnate da un mare turchese.
Pedalo con vigore finché non appare lei: la cittadina di Polignano a Mare. È un gioiello abbarbicato su alte scogliere calcaree che sembrano sfidare la forza di gravità. Il centro storico è un labirinto di case bianche che profumano di storia, con radici che affondano nell'epoca romana lungo la Via Traiana, l'importante snodo che collegava Roma a Brindisi. 

Varchiamo l’Arco Marchesale e ci sentiamo subito parte di una dimensione sospesa. Il bianco della calce ci avvolge con una luce quasi solida, mentre i nostri passi risuonano sulle pietre lisce del centro storico. All’improvviso, sbuchiamo su una delle terrazze panoramiche e il respiro ci si mozza in gola. Davanti a noi si spalanca lo spettacolo vertiginoso di Lama Monachile: restiamo in silenzio, osservando quella spaccatura profonda che abbraccia l’acqua color smeraldo. Ammiriamo con incredulità le case costruite a strapiombo e il contrasto tra il bianco candido delle abitazioni e l’azzurro verde cupo dell'Adriatico.

Continuiamo la nostra passeggiata fino a raggiungere la statua di Domenico Modugno, dove il vento ci spettina i capelli. Ci ritroviamo anche noi ad allargare le braccia, rapiti da quel senso di libertà che solo questo orizzonte sa regalare. Quando nel 1958 spalancò le braccia sul palco di Sanremo con "Nel blu dipinto di blu", Mimmo stava liberando un sogno collettivo: l'inno di un’intera nazione che finalmente osò guardare verso l’alto.  
Ora invece ci affacciamo alla balconata della piazza che ospita il monumento per guardare giù, verso la spiaggia sottostante. C'è tantissima gente, e così decidiamo di non scendere, evitando così il caos e una perdita di tempo .

Poco distante, scorgiamo l'esclusivo ristorante Grotta Palazzese, incastonato in una cavità naturale dove il mare entra sotto i tavoli; un'esperienza onirica che richiede però un budget da capogiro: per un pranzo si possono spendere finoa 200 euro.
Noi restiamo fedeli al nostro spirito cicloturista: due panzerotti caldi e filanti ciascuno, 10 euro in totale, e la felicità è servita.

Ripartiamo verso Mola di Bari, con il suo Castello Angioino che sorveglia il porto, e attraversiamo Torre a Mare, antico borgo di pescatori. Le gambe girano rapide mentre il capoluogo della Puglia si avvicina.
Bari ci ricompare maestosa e siamo felici, perchè il giro è ormai completato e potremmo anche dichiararci soddisfatti. L’arrivo è il traguardo che sognavamo. Prendiamo possesso della stanza al Gatto Bianco House e dopo una doccia veloce, ci immergiamo nel dedalo di Bari Vecchia. Tra il profumo di fritti e il sacro silenzio della Basilica di San Nicola, celebriamo la fine della tappa con una cena leggera. Omaggiamo i 260 metri di dislivello superati oggi e questa incredibile cavalcata pugliese che ci resterà per sempre nel cuore. 
Ce l'abbiamo fatta anche oggi ma sentiamo che è un peccato finire questo giro e consultando le mappe, gli orari dei treni e la disponibilità di giorni di ferie, decidiamo che si possono trascorrere ancora un paio di giorni a zonzo per la Puglia.


Giovedì, 27 Giugno 2019: Bari – Bisceglie

Lasciamo Bari con l'energia di chi sa che il traguardo è vicino, ma il caldo pugliese non concede sconti; nonostante la partenza mattutina, le temperature salgono rapidamente verso i 28° sotto un cielo di un azzurro purissimo. È il giorno della tappa verso Bisceglie, l'ultima vera deviazione prima di organizzare il rientro verso Trieste.
Il primo tratto è un piacere per gli occhi e per le gambe: pedaliamo lungo la litoranea Lorusso, con il mare che ci accompagna costante alla nostra destra. Maciniamo km con un ritmo regolare e la prima sosta importante è a Giovinazzo, un borgo marinaro di rara eleganza, dove le pietre bianche sembrano riflettere la luce del mare. Qui ci concediamo un pranzo rigenerante con dei toast incredibilmente ricchi e saporiti, il carburante perfetto per ripartire.

Riprendiamo la marcia verso Molfetta, che ci accoglie esibendo la sagoma imponente del suo Duomo di San Corrado, un capolavoro romanico-pugliese con le sue caratteristiche cupole in asse che raccontano secoli di storia marittima. Tuttavia, superata Molfetta, la costa si fa meno spettacolare rispetto alle calette dei giorni scorsi, così decidiamo di concentrarci solo sulla pedalata, spingendo le biciclette per coprire gli ultimi chilometri. Andiamo a cercare tra gli ulivi argentei delle campagne i Dolmen della Chianca: sfioriamo quelle pietre ciclopiche sollevate millenni fa e ci sembra di sentire ancora l'eco dei rituali dell'Età del Bronzo, un legame primordiale che ci connette direttamente con l'alba dell'umanità.

Ci spostiamo verso il mare e veniamo risucchiati dal fascino magnetico del borgo antico. Varchiamo la soglia di Bisceglie sentendoci subito avvolti da un’aura di mistero che profuma di terra e di leggenda. Camminiamo fianco a fianco in un dedalo di vicoli stretti, dove le alte mura dei palazzi nobiliari sembrano custodire segreti medievali. Passiamo di fianco al Castello di Bisceglie, poi alziamo lo sguardo verso la Torre Normanna, che svetta fiera a sorvegliare l'orizzonte, e ci lasciamo guidare dal candore della Cattedrale di San Pietro. Entrando nella chiesa, il silenzio del Romanico pugliese ci avvolge, e nell'ombra delle navate percepiamo la devozione secolare che ha plasmato ogni singola pietra di questo gioiello.

Il nostro cammino ci conduce infine verso il porto, un anfiteatro di vita dove il blu dell’Adriatico brilla sotto i riflessi delle barche colorate. Mentre passeggiamo lungo le antiche mura aragonesi, il vento ci porta il profumo inconfondibile del sale e quello, dolcissimo dei Sospiri appena sfornati, piccole cupole di pan di spagna farcite con una vellutata crema pasticcera e rivestiti da una sottile colata di glassa di zucchero che gli conferisce un tipico aspetto candido e lucente.

Ci fermiamo sulla litoranea di Salsello, guardando le onde infrangersi sui ciottoli bianchi mentre il sole inizia a calare, grati di aver scoperto una città che sa essere, al tempo stesso, una fortezza di storia e un abbraccio luminoso di mare.
L'uscita da Bisceglie ci affranca dal viaggio in bicicletta. Arriviamo immediatamente al Nicotel, dove ci aspetta una matrimoniale accogliente per 65 euro. Non perdiamo tempo: sistemate le bici, corriamo immediatamente verso la grande piscina dell'hotel. Tuffarsi, nuotare e giocare nell'acqua fresca è il premio più bello dopo ore di asfalto e sole. La giornata si chiude in modo sublime: restiamo a bordo vasca ben oltre il tramonto per una cena che è un inno alla Puglia: un aperitivo a base di focaccia barese croccante e saporita. Celebriamo ancora una volta la bellezza di questo viaggio condiviso.


Venerdì, 28 Giugno 2019: Bisceglie – Barletta 

Montiamo in sella per l'ultima pedalata del nostro tour. È una tappa breve, solo 32,8 km da Bisceglie a Barletta, ma carica di quel significato profondo che solo i traguardi sanno regalare. Il cielo è ancora di un azzurro purissimo, un sipario perfetto per questo atto finale sotto il sole di fine giugno che sfiora i 30°C, con una leggera brezza che accarezza la costa.
Pedaliamo con un ritmo costante, godendoci ogni metro, finché non appare all'orizzonte la maestosa sagoma di Trani. La sua Cattedrale di San Nicola Pellegrino, una perla di romanico pugliese sospesa sull'Adriatico, ci accoglie con la sua pietra bianca che brilla quasi di luce propria contro il blu del mare.

Ci fermiamo, incantati dall'armonia delle sue linee e dalla storia che trasuda da ogni facciata; è un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Prima di affrontare l'ultimo sforzo, onoriamo il viaggio con un bagno rigenerante al Lido Spiaggia Verde: l'acqua è un balsamo per i muscoli stanchi e un saluto al mare che ci ha accompagnato per giorni.
Raggiungiamo Barletta, città carica di fascino cavalleresco, dove il check-in all'Essence B&B segna l'inizio di una nuova prova. Barletta non è solo la città della Disfida, con il suo Castello Normanno-Svevo e il colossale Eraclio:  per noi oggi diventa il cantiere della nostra "impresa dell'imballaggio".

Scopriamo che il rientro sarà più complesso del previsto: i treni regionali richiederebbero due giorni di viaggio, mentre il treno diretto è costoso, ma l'imballaggio è obbligatorio. Con soli 8 euro acquistiamo tutto il necessario: sacchi condominiali, nastro da pacchi, spago e cartone. Iniziamo il rituale: smontiamo le bici direttamente in strada, fissiamo ruote e manubri ai telai con metri di nastro, proteggiamo forcelle e cambi. Le bici scompaiono dentro tre sacchi ciascuna, sigillati da una spirale infinita di nastro. Infine, con lo spago, creiamo dei manici tesi tra pipa e sella per il trasporto.
Portare queste enormi "mummie" di plastica e i bagagli su per le scale ristrette del B&B è uno sforzo erculeo, l'ultimo della giornata, ma lo affrontiamo con il sorriso. Questa incredibile avventura pugliese sta per concludersi, e mentre ci prepariamo per una notte di meritato riposo, sento che ogni goccia di sudore è stata un omaggio a questa terra meravigliosa.


Sabato, 29 Giugno 2019, rientro a Trieste

Sono le sei del mattino e l'aria frizzante di Barletta ci accoglie in una stazione ancora semivuota, sospesa nel silenzio dell'alba. Il treno delle 6:36 è già lì, un gigante d’acciaio che ci aspetta per riportarci verso nord, a Trieste, segnando l'inizio di un viaggio nel viaggio. Mentre sistemiamo le biciclette, ora silenziose e imballate con cura quasi maniacale, sento un groviglio di emozioni salirmi al petto: sono state le nostre compagne fedeli, il nostro motore e la nostra libertà, e vederle ferme è il primo vero segnale che questa incredibile traversata è giunta al termine.
Si parte. Il paesaggio pugliese scorre veloce fuori dal finestrino, una pellicola al contrario di tutto ciò che abbiamo conquistato con il sudore e la meraviglia. Dal 19 al 28 giugno, abbiamo vissuto dieci giorni in un’altra dimensione, un’immersione totale in una Puglia magica che ci ha regalato oltre 500 chilometri di pura vita.

Guardo Anto e nei suoi occhi vedo i riflessi del sole di Lecce, l'adrenalina dei tuffi al Ponte del Ciolo, il sapore dei panzerotti a Polignano a Mare e il vento caldo del Salento che ci ha spinto fino a Brindisi e Bari.
Questa avventura non è stata solo una sequenza di tappe, ma una trasformazione: chilometro dopo chilometro, il battito dei nostri cuori si è sincronizzato con il ritmo dei pedali. Ogni salita vinta e ogni discesa rigenerante hanno forgiato un tesoro di ricordi indelebili, scolpendo nelle nostre anime la bellezza selvaggia delle coste e la generosità della terra pugliese. Le bici possono anche smettere di girare, ma l'energia di questo tour cicloturistico continua a scorrere dentro di noi, una linfa Vitale che porteremo per sempre con noi, come il ricordo di un'estate perfetta.


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