Stanco delle solite vacanze? Ti sfido a provare un'esperienza che ti cambierà la prospettiva: attraversare tratti d'Europa in bicicletta!
Ho completato un viaggio indimenticabile: partenza da Parigi lungo la Senna, tappa nel magnifico bosco di Fontainebleau, e poi giù, seguendo i fiumi e le valli fino alla maestosa Valle della Loira. Viaggiare tra i castelli in sella è pura magia, ogni giro di pedale ti regala un panorama da fiaba, un profumo di storia e la libertà di fermarti dove e quando vuoi. Niente finestrini, solo vento in faccia e la bellezza della Francia che si svela piano piano.
Ma l'avventura non finisce qui! Il vero banco di prova è stato il rientro: ho puntato a sud-est, attraversando la vibrante Lione, fino ad affrontare la sfida delle Alpi, varcando il mitico passo del Moncenisio. Ogni metro in salita è ripagato da discese in picchiata e dalla soddisfazione di superare un confine con la sola forza delle gambe.
L'ultima traccia di asfalto prima del treno è stata a Torino, per poi prendere un meritato riposo ferroviario fino a casa, nella mia amata Trieste.
Questa non è solo una vacanza, è un viaggio dentro sé stessi. Se cerchi un'esperienza che unisca sport, cultura, storia e una scarica di adrenalina, prendi la tua bici e parti! Se l'ho fatto io puoi farlo anche tu.
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Racconto di viaggio nella valle della Loira
Mercoledi 1 giugno
Partenza.
Esiste una porzione di mondo dove posso diventare parte di esso, elemento fondamentale e marginale ospite.
Vado a cercarlo in sella a una bicicletta animata dalle mie spinte, equilibrata anche se pesante.
Dodici giorni di esplorazione mi attendono e questo è il primo, dedicato al raggiungimento della linea di start posizionata a Parigi. Il tempo al momento è buono ma le previsioni sulla Francia avvertono che mi aspettano giornate di pioggia. Spero di non prendere secchiate!
Ora il treno transita a Sistiana, mi rilasso dopo le emozioni della partenza.
Aeroporto Marco Polo.
Miscellanza, gente che attende un volo per ogni dove. Migliaia di volti, valigie stracolme. Negozi ammalianti, guardiani attenti, pasti golosi. Lentamente raggiungo l'uscita dal labirinto che pettina la folla. La bici è già oltre, privilegiata passeggera, portata a chi adesso la convince a volare.
Conto alla rovescia, presto decollo...
3..2...1...si parte!
L'arrivo è stato una sinfonia di efficienza! Il trasporto della bicicletta, promesso da Transavia, si è rivelato magistrale: rapido, sbrigativo e soprattutto, mi ha risparmiato la scocciatura di trascinare il solito, ingombrante scatolone. Pochi gesti, pedali smontati, ruote sgonfiate e la mia fida compagna è stata presa in consegna, per poi ricomparire intatta, senza un graffio, al terminal di Orly. Il passaggio ci è costato 99 euro. A bordo, il viaggio è stato un inno al relax: velivolo spazioso, l'accoglienza impeccabile di hostess gentili.Ho ceduto alla pace di un pisolino ristoratore, arrivando nella capitale francese quasi senza accorgermene.
L'Immersione nel caos metropolitano è giunta subito dopo. Una quindicina di chilometri separa l'immensa struttura aeroportuale dal cuore pulsante di Parigi. Con pochi, entusiasti colpi di pedale, mi sono ritrovato proiettato nel turbinio caotico del traffico serale. Per fortuna, la latitudine più a nord mi ha regalato ore di luce più estese, consentendomi di rubare qualche scatto fotografico nonostante l'ora tarda. Ma poi, l'inevitabile si è materializzato: la pioggia ha fatto sentire il suo peso. Il segnale era chiaro: era tempo di lanciarmi nella caccia all'ostello! Il fido navigatore ha fatto il suo dovere e in un lampo ho trovato la mia base, prendendo possesso della stanza e mettendo subito la bici al sicuro in rimessa. I primi scambi in francese, seppur con qualche inciampo, sono stati superati; sento già la sonorità della lingua che lentamente si insinua in me!
La Senna in subbuglio e la crisi sul percorso purtroppo, hanno smorzato subito l'euforia. Ho appreso una notizia drammatica: una località cruciale per l'attraversamento di domani, quella che mi avrebbe condotto a visitare Fontainebleau, è stata letteralmente sommersa dalla piena record della Senna! Il fiume, come non accadeva dal lontano 1910, ha raggiunto livelli spaventosi. E le previsioni? Pessime, ovviamente. Un'altra valanga d'acqua è attesa proprio sul mio percorso. Sono ora in un bivio agonizzante: sono tentato di ignorare il fiume e il diluvio, saltare su un treno fino ad Angers e risalire la Loira verso Orléans, una zona che sembra quasi miracolosamente al margine di questa perturbazione. Ma ogni decisione è rimandata! Domattina, a colazione, farò le debite e coraggiose valutazioni. Ora, non mi resta che testare questo giaciglio, sperando che sia all'altezza dell'epicità della giornata!
Au revoir!

Giovedi 2 giugno
Parigi si veste di malinconia, mette il suo abito grigio e si bagna nel fiume che minaccia impetuoso. Alle otto del mattino, come un esploratore temerario, esco per un rapido giro fotografico con la speranza di non subire l'ira del cielo. E il meteo, per un attimo, mi grazia, concedendo una pausa sufficiente per arrivare al cospetto di Sua Maestà, la Tour Eiffel. Non posso che inginocchiarmi e renderle omaggio! È un faro di ferro, l'apice ingegneristico che sfida i cieli plumbei, il simbolo indiscusso dell'ambizione francese!
L'immersione nel caos urbano è una disperazione: continue code, gente che suona il clacson quasi fosse un'arma a raggi protonici. Non vedo l'ora di evadere da questa follia collettiva! Davanti all'imponente Louvre, vero scrigno della civiltà occidentale, chiedo un'istantanea: in rapida successione, due giapponesine, un tedesco e una francese immortalano l'impresa, e l'italiano contento chiude il suo giro cittadino per dirigersi verso l'uscita dal centro.
Non cambia molto, a parte la pioggia che intensifica il suo martellio, ma non me ne curo. Il primo contatto con la grandeur francese di periferia arriva istantaneo a Villandry, dove un maniero medievale si mostra arrogante e superbo, invitando alla visita. Sebbene il pensiero dei suoi leggendari giardini rinascimentali, capolavoro di simmetria e arte topiaria (quella di potare alberi e arbusti per modellarli in forme ornamentali), sia tentatore, declino con dispiacere: il tempo è tiranno e ogni castello sottrarrebbe un'ora di tempo e dieci euro al mio epico cammino verso il castello di Fontainbleu.
Inizio a pedalare su una ciclabile bellissima, struggente, bagnata, profumata. Tutto attorno si aprono immensi circoli ippici e del tennis. Fa freddo, costringendomi a stringermi ancora nella giacca, ma le gambe tengono, resisto senza grossi affanni al contatto con la sella che pizzica.
La sosta ai capolavori assoluti è però d'obbligo: al castello di Vaux le Vicomte non si può tirare dritto! Parcheggio e pago l'ingresso al parco, tralasciando l'interno del palazzo. Questo gioiello, che ispirò la Reggia di Versailles, è affascinante, con le sue scuderie maestose e il giardino che è pura espressione del Barocco francese. Un attimo per respirare la storia, rubare fotografie e poi, via!
La via di Fontainebleau e l'allarme Senna mi attendono. Prendo la direzione, transitando nei luoghi dove la Senna ha straripato. Di sicuro ha fatto danni, ma mi ha incuriosito notare quanto vicino alla riva siano state edificate alcune case. A parte il giusto allarme, mi è sembrato di cogliere nei movimenti delle forze coinvolte negli aiuti una sorta di esagerazione logistica, un dispiegamento di mezzi superiore alla reale operosità messa in campo. Passato il punto critico è iniziata la salitona verso la foresta di Fontainebleau, un bosco impregnato d'acqua, lussureggiante ma fangoso e freddo. Mi sono immedesimato in un soldato napoleonico, ai tempi delle marce forzate nel fango per raggiungere i campi di battaglia, doveva essere impegnativo vivere in quel modo
Sono arrivato in città verso le sei dopo un'odissea umida. Una doccia calda nell'albergo prenotato, ha restituito tepore al corpo provato. Il "Belle Fontainebleau" è un albergo senza infamia e senza lode, ma maledettamente costoso per la qualità offerta. Per non parlare della concierge che tenta di estorcermi dieci euro in più per la stessa sistemazione offerta da Booking! Solo dopo insistite discussioni, cede alla mia richiesta. Questo centro, oltre al suo storico castello, non offre molto, quindi mi sono rapidamente ritirato per recuperare energie in vista della prossima tappa. Alle 9.30, il maniero aprirà i battenti e, dopo la visita, mi fionderò verso Orléans. Tempo permettendo, ovviamente.
Per la cronaca, piove ancora, e andrà avanti per giorni. La battaglia è appena cominciata!
Venerdi 3 giugno
Alla carica! Non ho messo la sveglia, ho preferito dare corso a una notte senza nessun impegno squillante, ben sapendo che alle prime luci mi sarei destato da solo. E infatti, alle sei e mezza ero già a ciondolare per la stanza, raccattando il necessario, mentre controllavo che Facebook avesse caricato le foto grazie al Wi-Fi, per poi dedicarmi a scrivere due righe.
Il risveglio è stato un capitolo di contrasti. Parto dalla stanza alle otto, prendendomela comoda, dopo una doccia bollente usata per lavare via un mal di testa emergente.
Fuori fa un freddo cane, sono vestito pesante, ma la brina penetra lo stesso. Piove finemente e trovo rifugio in una boulangerie che per due euro e trenta, mi offre una signora colazione a base di pane fragrante, cornetti caldi e caffè.
È il momento di entrare in visita al castello, ma devo attendere ancora una mezz'ora l'apertura. Inganno il tempo scattando foto al mercato di piazza. Mi colpiscono gli articoli del salumiere: paté mai visti, ammassi di carne compattata e un prosciutto cotto tagliato a fettine con un metodo che avrebbe fatto inorridire l'ultimo apprendista di una salumeria!
Entro nella piazza centrale del sontuoso complesso del Castello di Fontainebleau, aggirandomi liberamente per i giardini ed entrando in contatto con un'opulenta bellezza che definirei semplicemente imperiale. Questo luogo, dimora prediletta dei sovrani francesi per otto secoli, è un manifesto di storia e sfarzo. E qui, la lieta sorpresa: in concomitanza con un evento nazionale, la visita degli interni è completamente gratuita! Il giro prende subito forma nella galleria dedicata a Napoleone e ai suoi cimeli più leggendari: la famosa palandrana grigia, l'iconico cappello da campo e il mantello indossato nel giorno della sua incoronazione. Sono testimonianze vibranti della grandezza dell'Imperatore!
La riscoperta di un gioiello nascosto è la sorpresa inattesa. Giungo alla fine della galleria e una guida mi aspetta per portarmi immediatamente a visitare il Teatro Imperiale di Napoleone III.
La meraviglia rococò si sviluppa su quattro livelli e può ospitare ottocento persone, avvolte in uno sfarzo elegante reso mistico dalle tinte calde e dal lampadario in cristallo da una tonnellata! Il mio accompagnatore, bravo a scandire il tempo del suo eloquio, racconta di un teatro voluto dall'imperatore, completato dopo un decennio di lavori, usato fino al 1920 e poi abbandonato, trasformato in cinema dai tedeschi, e infine, restituito al suo splendore rococò solo dopo la ristrutturazione iniziata nel 2006.
L'inevitabile fuga dal labirinto storico mi attende. Il giro nel teatro termina, saluto calorosamente la guida e proseguo, perdendomi in un dedalo infinito di corridoi e boudoir, di stanze e saloni, cappelle e sale da ballo. Non basterebbe una settimana per coglierne i dettagli, ma io ho esaurito il tempo! L'avventura attende, il riposo è finito! Sono già le undici e non ho fatto nemmeno un chilometro verso la mia prossima destinazione.
Congedatomi dal palazzo, mi vesto da sportivo, calzo le scarpe da bici e riparto. Sotto questo cielo grigio d'autunno, pedalo sognando la Sicilia estiva.
L'odierna odissea inizia sott'acqua. Arrivo a Moret-sur-Loing, e il primo nemico da abbattere è il mal di testa completamente emerso. Carico la pistola ad acqua con uno dei sei colpi di Oki nella cartucciera e anniento il fastidio. Carburo con una baguette, scendo per una china e mi fermo bruscamente: le transenne delimitano il ponte quasi sommerso dalla piena! Cerco disperatamente un’alternativa per proseguire, svicolo su una strada sbarrata, ma la polizia, che vigila sulla piena del Loing, è categorica. Mi chiedono sarcastici se ho una canoa, perché altrimenti il messaggio è uno solo: retromarcia!
La ritirata strategica davanti al diluvio sembra l'unica via. Assieme agli agenti consultiamo le mappe che ci confermano l’assenza di alternative: devo tornare indietro per un tratto lunghissimo e, per giunta, su un’autostrada da brivido. Ovviamente, a rendere la beffa completa, inizia a piovere forte! Indosso la cerata (che si rivela incredibilmente comoda) e via! Salgo, scendo, taglio, controllo, mi spoglio, sbaglio, giro, e sul tachimetro, alle due del pomeriggio, compare la miseria di 36 km fatti!
La chiamata delle sirene di Ulisse arriva sotto forma di centro commerciale. Ho sete, fame e bisogno urgentissimo di un bagno. Una sosta obbligata che mi risucchia per il tempo necessario a divorare una demi baguette e un Camambert intero. È ormai lampante che l'obiettivo di Orléans è sfumato.
Un cicloturista di passaggio, arrivato dalla direzione opposta me lo conferma: mancano 75 km! Mi piacerebbe almeno raggiungere il Castello di Chamerolles, ma la navigazione è complicata, mi perdo spesso vittima del disorientamento. Sono stanco, intirizzito e nervoso, perché temo sarà impossibile trovare una stanza in questo vuoto di presenze umane.
Quelli che infilo sono villaggi rurali di poche case, senza negozi o attività. Ci sono alcuni B&B, ma risultano deserti. Infine, seguendo indicazioni che pubblicizzano la "Chambre d’Hôte", arrivo a una villetta e sceso dalla bicicletta busso. Mi apre un anziano signore che, con un laconico "...Rien...", mi comunica di non avere la stanza pronta.
È a quel punto che la mia frustrazione esplode!
Mi sfogo, lamentandomi dell'impossibilità di trovare un riparo, di essere da tre ore alla ricerca di un posto mentre il buio avanza inesorabile. Preso dal buon cuore e forse stanco del mio latrare, l'anziano mi apre la porta: mi accoglie nella stanza che fu della figlia, ormai sposata! La provvidenza stava adeguatamente rispondendo alla mia disperazione!
Il banchetto del ciclista e la pace ritrovata. Ho cenato nella creperie "Au Claire de Lune," un locale distante un centinaio di metri dal mio alloggio, divorando un piatto d’anatra sublime con uva, spinaci e pommes de terre. Ovviamente, non avendo molte opzioni di scelta devo far buon viso a costo salato. Doccia fatta, relazione stesa, fotografie scaricate. Sono soddisfatto, stanco e pronto per una lenzuolata senza confini.
A domani!
Sabato 4 Giugno
Questa porzione di Francia è di una bellezza incomparabile, ma il meteo ha inferto un duro colpo. Se a Fontainebleau avevo già assaggiato l'ira del cielo, dopo la partenza di ieri dalla casa B&B, sono arrivato sulla Loira e la piena del fiume era molto più corposa di quella della Senna.
Ma andiamo "a le voyage!"
La colazione dei campioni apre il sipario. Sveglia al mattino, alle sette, rapida doccia e vestizione, mentre il profumo del café au lait saliva dal piano di sotto. I pensieri frullano, si accavallano; so di dover dare qualcosa di più sui pedali e mi riprometto di essere meno dispersivo.
Il padrone di casa, Remì, mi serve amabilmente, portando caffè, pane abbrustolito, burro e marmellata. Chiacchieriamo, mi racconta dei suoi figli e nipoti, della sua passione nell'organizzare feste da ballo dove porta la sua strumentazione musicale. È un appassionato dell'accordion (fisarmonica) e mi fa ascoltare il suo idolo che suona per la sua cantante preferita (Carla'). Mette il volume un po' troppo alto, svegliando la moglie Jacqueline che lo prega di non fare troppo baccano. Mi spiega del gemellaggio con altre famiglie in giro per l'Europa, del viaggiare e dell'ospitare, per essere semplicemente amici. Infine, saluto e monto in sella, nel gelo nebbioso delle otto e mezzo del mattino.
La mia pedalata è intasata, ma lentamente si sbroglia. Sono vestito troppo e mi spoglio nonostante il grigiore. Improvvisamente appare uno sputo di azzurro, subito assorbito dalla nuvolaglia. Allora esiste! Forse ho delle speranze! Dopo soli 13 km sono alle porte del Castello di Chamerolles. E' un gioiello architettonico che celebra la raffinatezza del rinascimento francese. Originariamente una fortezza medievale, fu trasformato in una lussuosa dimora da Lancelot du Lac nel XVI secolo, sfoggiando gallerie eleganti e un magnifico giardino dei profumi. Questo sito storico non è solo bello, ma è un fiabesco viaggio sensoriale: ogni stanza e ogni aiuola narra storie di corti, arte e l'evoluzione dell'igiene personale. Ma è chiuso fino alle 10, e sono appena le nove e un quarto! Con disappunto riparto. Non posso aspettare e ritardare sulla tabella di marcia; non mancherà occasione di visitare castelli.
Orléans mi viene incontro rapidissima. Nei suoi sobborghi trovo le indicazioni per raggiungere la Rive Droite della Loira. Il fiume è un mostro: tumultuoso, denso di limo, che drena le sponde e le isole sul suo corso. I cigni nuotano e scansano alberi in direzione del mare. Gruppi di persone stanno ferme a guardare, silenziose, con le mani in tasca e il bavero della giacca tirato sul collo. Immagino cosa sia per loro guardare qualcosa che improvvisamente si è trasformato da paesaggio idilliaco in minaccia.
Orléans non è solo Loira, ma osanna la sua Pulzella, Giovanna d’Arco. Nata a Domremy intorno al 1412, questa contadina analfabeta si trasformò nell'eroina che guidò l'esercito francese alla vittoria contro gli Inglesi, ponendo fine all'assedio di Orléans nel 1429. Mossa da un fervore mistico e dalle sue "voci divine", Giovanna liberò la città e aprì la strada per l'incoronazione di Carlo VII a Reims. Catturata dai Borgognoni e venduta agli Inglesi, fu processata per eresia e bruciata sul rogo a Rouen nel 1431, all'età di diciannove anni. La sua figura è un simbolo di fede, coraggio e identità nazionale francese, e la sua venerazione si avverte in ogni angolo della città.
Dentro la maestosa Cattedrale di Santa Croce di Orléans, splendido esempio di architettura gotica ricostruita e restaurata nei secoli, c'è un altare a lei dedicato, e in una piazza una statua equestre domina austera in una piazza sul tempo che passa.
La via centrale è listata a festa con "le drapeau" delle confederazioni della città. Nella grande chiesa, assisto inaspettatamente alla cerimonia di investitura di un Cavaliere di Malta che presta giuramento solenne. È una funzione religiosa che si mescola al massonico, un rito di cappa, spada e vangelo. Per di più in francese, con una signora che canta magnificamente, aggiungendo misticismo nell'immensità della volta. Mi siedo e assisto: l'esperienza porta calma, toglie frenesia e, in questa cerimonia, vedo un senso profondo, diverso da quello smunto dei riti delle feste comandate di casa mia.
Dopo un pranzo rapido, prendo la via della ciclabile approdando a Meung-sur-Loire, un delizioso villaggio medievale dominato dal suo imponente castello. Quindi proseguo in direzione di Chambord, il castello anomalo. In questa regione, tutti si assomigliano un po', copiano forme e volumi, li adattano al luogo e ci costruiscono un sogno su misura.
Il Castello di Chambord è l'audace fusione tra la struttura medievale e l'innovazione italiana. Il suo cuore pulsante è la celeberrima scala a doppia elica , un vero capolavoro architettonico attribuito a un genio della cerchia di Leonardo da Vinci: due scalinate che si avvitano senza incontrarsi. Con le sue 440 stanze e una terrazza panoramica incredibilmente ricca di camini e torrette, Chambord è il simbolo definitivo della magnificenza reale.
La strada è lunga, diretta, senza incroci da interpretare. È il momento giusto per ascoltare musica: metto le cuffie, accendo i Pink Floyd... e comincia la gioia a pedali!
Un cartello all'ingresso del vastissimo parco di Chambord avverte che gli animali sono "liberi" (cinghiali e cervi). Pur aguzzando la vista verso il folto della foresta, non ne scorgo, ma più mi addentro e più acqua vedo! Poi un segnale "Route Barrée" e infine l'amara sorpresa anticipa la delusione: l'allagamento dei piani bassi comporta la chiusura al pubblico del Castello di Chambord il magnifico e anomalo capolavoro rinascimentale, famoso per la sua scala a doppia elica attribuita a Leonardo da Vinci. Con sommo dispiacere e le spalle curve, faccio un breve giro nel giardino chiazzato da acquitrini, scatto le mie foto e mi organizzo per il proseguimento verso Blois. Prenoto tramite Booking una stanza al Brit hotel di Blois per 36 euro.
L'itinerario è semplice, si tira dritto di fianco a un fiume. Ma ha straripato in più punti e imparo presto ad odiare il termine "Désolé..." Ad ogni deviazione c'è qualcuno che me lo ripete, ma nutro il sospetto che il transito sia vietato solo alle macchine. Forte di questa convinzione, forzo un blocco e passo, arrivando su un ponte danneggiato dalla piena dove si stanno organizzando per riparare una condotta del gas rotta. Supero l'ultimo ostacolo del cantiere, ma quando sto per cantare vittoria, all'ultimo incrocio che porta a Blois, trovo un lago!
Consulto il GPS che, spaurito, alza le braccia e mi mostra un dietrofront di chilometri. Provo ad avvicinarmi per capire se posso passare rasente ai muri di una casa, ma noto un passamano che spunta appena sopra il livello e la cacca galleggia ovunque! Me lo conferma anche l'odore e il colore delle acque putride. Rammaricato torno indietro e, dopo avere chiesto informazioni a un abitante, imbocco una rampa che conduce a una circonvallazione. Svolgo poi a destra. Bloccato. Cavolo! Svolto a sinistra dopo un chilometro. Chiuso. Cavolo! Trovo un vicolo, giro sul cavalcavia, pedalo su una rampa e poi giù due chilometri su una discesa da capello liscio. Chiuso, tornare indietro! Sì, ma dove!? Devo andare a Blois! Cavolo!
Passo oltre una barriera non presidiata per esplorare la possibilità di guadare in un punto agibile. Fermo a bordo della strda trovo un arabo con un asino, ha uno zaino sulle spalle e mi dice: "Venez avec moi!!" Comincia a correre con l'asino e lo zaino che ballonzola in modo inquietante. Mi mette ansia questo tipo, nutro il sospetto che posa trasportare chissà che materiali dentro quello zaino, lo supero di slancio e trovo un fronte di cento metri di acqua che tracima dagli argini. Il livello è gestibile, decido che si va! Seguendo una linea gialla dipinta sull'asfalto che traspare nel fiume che scorre, spingo la bicicletta e infine, sono a Blois!
La ricompensa finale arriva dopo 123 km di tappa e sono stanchino. Metto il navigatore a caccia della stanza e mi comunica che dovrò affrontare 7 km di rampe! Mi viene da piangere. Smoccolo e sputo, ma do il massimo e arrivo all'albergo, dove mi accoglie una glaciale ragazza che mi consegna la chiave, mi notifica l'avvenuto pagamento e mi congeda. Chiedo se hanno qualcosa per la cena, ma nonostante stiano servendo un pasto a una comitiva di studenti, mi invita ad andare al centro commerciale accanto. Ottimo... La stanza è buona, ma lontana dall'essere il decantato tre stelle di cui si pavoneggiano. Mi lavo, mi cambio ed esco a cena, finendo in un fast food dove ceno in modo appetitoso. Vicino c'è un locale da ballo, mi viene voglia di festeggiare, ma infine convengo sia meglio distendere le cuoia in vista della successiva giornata a pedali. La battaglia è vinta, ma il cammino continua!
Domenica 5 giugno
L’alba arriva veloce, e altrettanto mi preparo per uscire. Domenica mattina, il traffico è inesistente e le lepri saltellano ovunque sui prati al limitare della statale. In centro a Blois, la città che ospita il celebre castello reale, si sta svolgendo una gara di corsa, la Macadam, ma per fortuna non influisce sul mio tragitto. Inizia a piovigginare: ne avevo sentito difatti la mancanza!
In una boulangerie, prendo il dolce Pain au Raisin e in un bar molto chic un caffè. La visita del centro storico è rapida e concentrata solo sulle foto, vista anche la buonora e i portoni sbarrati fino alle 10.
È con dispiacere che mi allontano dal centro di Blois per le successive mete, e di buona lena pedalo sull'argine destro giungendo a Chaumont. Pago 12 euro di ingresso, faccio un chilometro di accesso a piedi trovando il Castello di Chaumont-sur-Loire, un edificio molto bello e severo. Le stanze all'interno non hanno lo sfarzo delle corti rinascimentali, sono arredate in modo austero, senza molti fronzoli. Questo castello, noto per essere stato di proprietà di Caterina de' Medici e poi di Diana di Poitiers, ospita un'interessante fusione di stile medievale e rinascimentale. Oltretutto, quelle al secondo piano del maniero sono vuote o al massimo ospitano una mostra di "artisti" contemporanei. Guardo l'ora: sono di già le 12:30. Devo decollare velocemente perché al momento ho fatto solo 23 km!
Salto la visita di Chenonceau, considerando si trova nel dipartimento più colpito dall'alluvione, e prendo la direzione di Amboise. Malgrado l'impegno, sono lento: i dettagli mi incuriosiscono. Come le cantine ricavate nelle grotte scavate nella roccia sul fianco di un costone che bordeggia il fiume, dove si custodiscono e fanno riposare vini pregiati.
Amboise mi aspetta al varco con il suo impareggiabile Castello Reale. Anche qui, cambio le scarpe, lego la bici, pago 9 euro e visito gli interni. Questo castello fu una residenza reale di vitale importanza e ospitò Leonardo da Vinci. Carino, anche se mi aspettavo qualcosa di più, e il tempo che scorre maledettamente veloce mi spinge a inforcare la bici e a ripartire alla volta di Tour
Ancora una trappola d'acqua e poi l'approdo a Tours . Seguo le indicazioni della ciclabile finendo ai piedi di un argine invaso dall'acqua, dopo tre chilometri fatti dall'ultimo svincolo. Tornare indietro significa rielaborare il tragitto e allungarlo a dismisura. Provo a passare sul margine sinistro ma procedendo l'acqua arriva ai mozzi! Dovrei tornare indietro, ma sono in un cul de sac, perché se proseguo vado in un metro d'altezza. Sono costretto a buttare giù i piedi, con arrabbiatura feroce.
Raggiungo la città di Tours alle sei e mezza del pomeriggio. Controllo sul sito degli alberghi e scopro prezzi che partono dagli 80 euro. Andare troppo in là verso Saumur mi espone al rischio di non trovare nulla. Solo un albergo fast propone, a 10 km, una soluzione a 39 euro. Non sono pochi 10 km, ma ne vale la pena! E infatti sono qui, lavato e profumato, asciutto e pronto per la nanna.
Ultima novità, lo schermo dello smartphone si stà spegnendo, si è scurito di righine. Ho quello di riserva, ma cambiare schede e caricare programmi, non sarebbe il massimo, spero tenga fino alla fine.
Lunedi 6 giugno
Il sole era riapparso timido, sembrava faticare non poco per farsi largo tra le nuvole insistenti. Esco dall’alloggio, controllo la situazione e poi, con audacia, decido di indossare il corto. Alla reception, una ragazza mi vende per tre euro un croissant vuoto, una marmellatina e un grande café au lait. Parto alle otto e un quarto.
Adotto una nuova tecnica di navigazione per evitare le continue soste a controllare la traccia: attivo il navigatore di Google in modalità a piedi. Questo mi porta per un dedalo di sentieri e vicoletti nascosti, per scorciatoie e sterratini! Una gioia unica, evitare il traffico e passare tra le meravigliose case di campagna.
Villandry è la prima meta raggiunta dopo tredici chilometri. L’arrivo è tanto dolce quanto amara la sorpresa di trovare un cartello che comunica la chiusura del Castello di Villandry per ordine del prefetto, a causa del rischio inondazione! Questo celebre castello, famoso per i suoi giardini rinascimentali che rappresentano un capolavoro di geometria e arte topiaria, è negato alla vista. A dire il vero splende il sole e il fiume, per quanto gonfio, transita placido. Traccio la rotta per Azay-le-Rideau il secondo castello a 20 km di distanza, con la speranza che non sia anch'esso sotto l'acqua.
Arrivato al villaggio mi metto in contatto con l'ufficio del turismo che mi conferma una parziale apertura in via eccezionale. Dopo una quiche mediterranea di rimpasto, entro in visita. Mi avvisano subito che il parco è chiuso e si può visitare solo un'ala del maniero perché l'altra è in ristrutturazione. Amen, si va lo stesso!
Il Castello di Azay-le-Rideau, vera gemma del Rinascimento francese, deve la sua fama al fiume Indre che lo circonda e a come vi si specchia. Ora invece proprio questo corso lo minaccia gravemente e romba tumultuoso nel fossato. Le stanze sono arredate con mobilio del Seicento/Settecento, sono grandi ed eleganti. Purtroppo il giro si conclude rapidamente, e un po' deluso, prendo la via di Ussé Rigny.
Il successivo è un castello che si dice abbia ispirato Perrault per scrivere la favola della Bella Addormentata nel Bosco. Quattordici euro sono un bel salasso, ma ne vale la pena!
Di fuori il Castello di Ussé è il perfetto modello fiabesco e dentro hanno adottato delle soluzioni estemporanee per dare vigore a stanze che in altri posti ho trovato vuote. Il percorso porta nella torre con la scala a chiocciola e, nel piano superiore, le stanze vetrate contengono i personaggi della fiaba. In una c'è Malefica che porta il suo dono al battesimo e le altre fanno il seguito della storia fino all'epilogo del bacio. Scendo e inizio una visita di stanze arredate in stile Ottocento. A dare vita al tutto, ci sono manichini vestiti di tutto punto e una leggera musica che rallegra. Per quanto qualcuno la possa giudicare un po' kitsch come idea, io l'ho trovata affascinante perché ho visto ambienti rivitalizzati. La forza del privato!
A dare vita al tutto, ci sono manichini vestiti di tutto punto e una leggera musica che rallegra. Per quanto qualcuno la possa giudicare un po' kitsch come idea, io l'ho trovata affascinante perché ho visto ambienti rivitalizzati. La forza del privato!
Il sole appare e scompare e la Loira scorre placida al mio fianco, un nastro d'argento sotto il cielo grigio. Sento il ritmo costante dei miei pedali sulla Loire à Vélo, la ciclabile perfetta che si srotola tra vigneti e campi di girasoli.
È impossibile ignorare la storia, ma anche l'energia che pulsa qui. Ecco che appare, imponente e massiccia la centrale nucleare di Chinon, una fortezza moderna che domina l'orizzonte. La sua presenza è un promemoria visibile e sorprendente: nel bacino della Loira si convive con cinque centrali, quattordici reattori attivi. Sono gli organi energetici della Francia che sfilano proprio accanto al mio itinerario bucolico.
È un contrasto potente che mi travolge: la quiete antica dei castelli da un lato e la potenza atomica che raffredda i suoi reattori con l'acqua del fiume dall'altro. Pedalo in un paesaggio che è allo stesso tempo storia, natura e futuro energetico e l'aria vibra di questa dualità.
Sono le due e mezza; oggi devo darmi da fare con i chilometri, pedalare, spingere! Trovo ancora i segni delle alluvioni alla mia destra, che ormai sono diventate per tutti un'attrazione turistica da immortalare con le macchine fotografiche. Saumur viene conquistata alle 17:45. Sulla collina, lo splendido Castello di Saumur mi lascia scattare fotografie da tutte le parti. Questo castello, che domina la Loira con la sua silhouette imponente, era in passato una residenza ducale e una prigione. Come ormai capita spesso, anche questo è chiuso e non si sa bene per quale motivo!
Riesco lo stesso a catturare le immagini che cercavo. Scendo a precipizio nel centro, dove non c'è niente altro di interessante, e fisso come obiettivo la cittadina di Gennes dove spero di trovare un posto per andare a dormire. Ora faccio sport e turismo: testa bassa e solo alcune fermate improvvise per soggetti imperdibili da fotografare. Oggi ho iniziato di nuovo ad ascoltare musica assiduamente, e questo mi sprona, mi rende felice, divertito, e il tempo passa senza che la fatica sia l'unica ospite dentro la testa.
Gennes è raggiunta e alla richiesta d'informazioni sugli alberghi del posto, dentro un bar, mi indirizzano su una collina vietnamita dove la tipa mi chiede 100 euro per una notte senza colazione! Esco di botto, mi precipito a valle e passo il ponte della Loira per arrivare a Roserai dove Trivago mi consiglia un appartamento per 58 euro. Trovato dopo chilometri di ricerche, in aperta campagna, scopro questo grande chalet. La ragazza mi propone una sistemazione a 50 euro con un supplemento di 10 euro per una cena, la colazione e il cestino del pranzo del giorno dopo. Metto la firma e prendo possesso! Bellissimo, comodo! Mi sono fatto un piatto di tortellini ricotta e spinaci conditi con il pomodoro fresco e una ciotolona di fragole dell'orto di casa. La doccia è dotata di un cielo a pioggia, l'acqua è bollente e faccio in contemporanea il bucato.
Sul letto, non ho il tempo di guardare un'immagine del televisore e già dormo. La battaglia è vinta!
Martedi 7 giugno
Al risveglio, verso un caffè e spalmo di Nutella una fetta di pane caldo: ho preparato il paninazzo del pranzo, raccolgo le cose e vado. Si parte. La Destinazione Brissac, il castello più alto di Francia, è fissata, ma manco farlo apposta, è chiuso il martedì! Il mio essere turista fai da te inizia ad essere un po' troppo sfortunato: forse sono i francesi ad essere poco coordinati... Il meteo è favorevolissimo, pedalare è una fatica piacevole. Il paesaggio bucolico abbinato alla musica mi lascia il tempo per limare qualche asperità dell'anima, e alle 12:30 faccio ingresso ad Angers.
Sono arrivato alla fine del mio percorso sulla Loira ed è giunto il momento di iniziare il ritorno verso casa. Farlo integralmente in sella alla bicicletta comporta una distanza di 1700 km e circa venti giorni di viaggio, ma non son un globe -trotter, per cui mi aiuto con delle percorrenze in treno e tratti pedalati. Il primo step, è il ritorno ad Orléans. Per acquisire informazioni mi reco velocemnte in stazione per avere lumi sugli orari e così distribuire al meglio le ore di permanenza ad Angers
Un attesa snervante inizia immediatamente alla biglietteria, dove le macchinette automatiche mi annunciano il primo treno utile per Orléans alle 17. Vedo una gran quantità di treni soppressi, perciò vado agli sportelli. Prendo il numero 208 mentre servono il 195, aspetto paziente il mio turno, e dopo 25 minuti arriva la chiamata per il 207! Immediatamente dopo, chiudono baracca e burattini a causa dello sciopero! Mi arrabbio e prendo a male parole Mouna, una hostess che non sa cosa dirmi, e si propone di aiutarmi alle macchinette. Cerca di spiegarmi le modalità (che conosco perfettamente), ma come già avevo visto il primo treno parte alle 17: un tempo di attesa infinito. Stampo il biglietto e ringrazio Mouna, assalita da altri infastiditi viaggiatori.
Vado in visita al castello della città, tanto per ingannare il tempo. Mi fa rabbia aver fatto solo 45 km e aver programmato di essere a Orléans in tempo per partire verso sud, ma vabbè...
Il Castello di Angers è diverso dagli altri. Questo è un bastione fortificato a difesa di una città, gli altri sono principesche ville d'altri tempi. La sua forza risiede nelle sue 17 torri imponenti. Dentro, custodisce un tesoro inestimabile: l'arazzo lungo 150 metri intitolato Apocalisse. Ci sarebbe da stare un mese a studiare i significati dei disegni di questa meraviglia, un capolavoro medievale di proporzioni titaniche che narra la fine del mondo.
Alle 17 sono puntuale sul marciapiede affollatissimo della stazione, e il convoglio si stipa come un carro bestiame. Faccio in piedi vicino alla bici il primo tratto di un'ora, e solo al cambio treno a Saint-Pierre-des-Corps trovo uno sgabello scomodo, proprio di fronte la porta del cesso, imparando le melodie del sedere dei compagni di viaggio. Finalmente Orléans!! In ritardo di un quarto d'ora. Sono le otto e mezza della sera, dove vuoi che vado? Avanti, ovvio!
Mi precipito verso la Loira, cerco di pedalare forte anche sullo sterrato e rischio di saltare per aria su una gobba di ghiaia, ma non mollo! Spingo energico, esco dalla ciclabile e mi immetto sulla nazionale: un rettilineo infinito, stile Val Padana. 27 kmh all'ora fissi, il culo sulla sella dice basta! Metto l'ultimo rapporto e mi alzo in piedi, spingendo ancora. Il sole nello specchio cala visibilmente, devo cercare e, soprattutto, trovare una stanza. A Denis Saint-Hotel trovo l'"Au Dauphine", un albergo "al telefono". Chiamo, risponde uno, mi chiede 50 euro per una stanza, rispondo ok e mi detta un codice da digitare sulla tastiera. La serratura scatta, spingo la porta, prendo la chiave della stanza 8 e sono dentro! Doccia, barba, bucato, Wi-Fi: tutto come volevo e anche di più! Dall'altra parte della strada, un kebab point mi prepara un'insalata di pollo. Domattina partenza verso Sully-sur-Loire e poi avanti, direzione sud. Aaahh... la France..!
Mercoledì 8 giugno
Le sveglie in automatico sono quelle che preferisco, non tolgono il sonno, ti restituiscono al giorno. L'hotel "Au Dauphine" (in collina) è già operoso. Gente si smanica davanti a una colazione di otto euro che ne varrà sì e no tre. Prendo il solito caffè, macino un croissant e sono pronto per riprendere. Obiettivo "velocità mentale": devo riprendere a reagire prontamente alle situazioni che mi si presentano. Sono stato troppo rilassato e ho perso tempo prezioso. Oggi mi sono prefisso i 150 km. Non mi importa come, ma saranno nel mio carniere alla sera.
L'abbazia di Fleury e la serenità della Musica è un regalo mattutino. Il tempo è ottimo, vesto il corto timbrato Italia con la giacca antivento, che quasi subito tolgo per il caldo. La campagna della Sologna è meravigliosa, mi distrae e mi tiene concentrato allo stesso tempo. In pochi colpi di pedale, sono nei pressi di un'abbazia, quella di Fleury. La visito per caso, perché è sulla strada. Sono le otto e mezzo del mattino, provo a spingere la porta pensando sia chiusa e invece si apre, trovandomi dentro una basilica gotica, apparentemente dello stesso identico stampo di tutte le altre. Domina il silenzio, anche il mio respiro crea un'eco, ma avverto qualcosa di diverso.
L'organo, per esempio, ha le canne dei medi puntate in avanti anziché in alto. In fondo, sotto l'altare, si scende per andare in un antro arredato con delle enormi panche in un chiostro a semicerchio. Cammino a passo felpato per non fare baccano e incrocio un frate che non si aspettava di vedere visitatori a quell'ora: saluta e procede. Lo osservo salire le scale che portano all'organo (immenso) e si siede a dare fiato alle canne. Da uno specchio periscopico mi guarda mentre suona, e tutta la chiesa inizia a ingentilirsi della sua melodia. Mi inchioda per cinque minuti. È un canto di sirena! Devo andare. Mi scrollo ed esco per salire in bicicletta pacificato.
La strada è deliziosa. Sully-sur-Loire è soltanto una tappa sul cammino, ma ho fatto l'abitudine di trovare un castello in ogni villaggio, e questo è superbo. Il Castello di Sully-sur-Loire, con la sua cinta di fossati ancora piena d'acqua e il ponte levatoio, è un capolavoro medievale di difesa. Ha quattro torri e un corpo centrale. La visita mi conduce in un viaggio nel tempo antico, che inizia dal 1200 e finisce nei primi del Novecento. Sono contento di esservi entrato, percorrendo corridoi e stanze pregevolissime. Sono già le undici, ho piazzato una trentina di chilometri e dopo un caffè in bar chiamato "Lentezza" e un prelievo al bancomat, inizio a macinare asfalto.
Strada statale, velocità di crociera 27 orari. Gli automobilisti di Francia sono rispettosi con i ciclisti, anche quelli che conducono camion e altri mezzi pesanti: attendono il momento opportuno per passare e lo fanno senza sfiorarti. Dettaglio fondamentale: le donne francesi, di qualunque età, usano profumo. A litri! Quando passa una donna è normale entrare nella sua nuvola. E questo accade anche con quelle che guidano la macchina con il finestrino abbassato: quando sorpassano, sembra che la loro macchina vada avanti a Chanel.
Arrivo a Gien e il castello pur essendo imponente, non mi cattura: questa volta tiro dritto. La scelta è piuttosto tra la riva destra e quella sinistra del fiume. La preferenza va a quest'ultima, e mi premia perché arrivo al porto canale di Briare, da dove parte un ponte che attraversa la Loira e sul quale scorre un naviglio per far transitare le houseboat e Pénichette a noleggio. Sono barche manovrabili anche senza patente, su un percorso ritenuto facile e adatto anche ai principianti. Si tratta dui un'opera ingegneristica straordinaria (costruita da Eiffel), un ponte lungo 662 metri, che permette ai battelli di attraversare il fiume, offrendo una vista spettacolare. Le chiuse attuali sono ben tenute e generalmente manovrate da addetti per facilitare il transito delle imbarcazioni.
Il sistema fluviale di Briare è un punto nevralgico della navigazione interna francese, incentrato sul Canale di Briare e il vicino Canale Laterale della Loira. Il Canale di Briare, inaugurato nel 1642, è il più antico canale a collegare due bacini idrografici (Senna e Loira) ed è noto per le sue 38 chiuse, alcune dismesse, come le celebri sette chiuse di Rogny, sostituite da un tratto moderno.
Inizio a pedalare su una ciclabile bellissima, sul canale di alaggio. Ascolto musica, tengo la mente aperta alle divagazioni e inanello chilometri. Poi esco nei pressi di Sancerres e vado sulla statale.
Al centesimo km, le terga rispondono male, devo fermarmi per fare una pausa lunga e recuperare energie. In un bar mangio una tarte aux cerises e bevo una Monster! Gasato, ma senza le ali della Red Bull, riprendo con vigore, pensando al mio obiettivo di giornata: Nevers. Chissà, sono ancora 50 km. Dura. Le mete intermedie si succedono, per fortuna ho vento dietro che aiuta, ma inizio a sentire il peso sulle gambe e un dolore al soprasella. Alterno frequentemente la pedalata in piedi e seduto e resisto.
Uno sforzo pericoloso, ma il sito degli alberghi stava sentenziando l'assenza di altre strutture più avanti.
Mi ritengo soddisfatto del tragitto, perché tutto il giorno ho pedalato divinamente di fianco ai canali di alaggio ai lati della Loira.
Ho pensieri allucinanti, di politica, giustizia, di strade corte, di alberghi otto stelle. Mi fermo per fare il punto stanza per la notte. L'unica proposta degna è un albergo a Vauzelles, 5 km prima di Nevers. Ottimo prezzo, ottima distanza. Devo seguire le indicazioni per Fourchambault. Sarà fatto.
130... 140... ancora dieci chilometri, dai forza! Ci sono,ci sono. Eccomi giunto all'inarrivabile Fourchambault.
Ancora sette chilometri per l'albergo... noooo! Forza, vai. Punto il navigatore Google e il funesto mi manda in un vicolo cieco. Riprendo la strada buona e arrivo a destinazione stanchissimo. Pago e salgo. Scendo alle nove per la cena, ma hanno già chiuso la cucina, quindi mi tocca camminare per andare al centro commerciale. C'è un Mac e un risto-cina. Entro al Mac? Solite pietanze. Provo il ristocina: "Bonsoir, si può cenare?"
La risposta in cinese: "Oui monsieu! Menu volontà, catolz eulo (14 euro)". Replico: "Mangerei solo un riso alla cantonese, si può?" Si ostina: " "Oui monsieu, catolz eulo..." Tutto molto chiaro: mi giro senza salutare e vado di filato al Mac. Paninetto vero manzo del Pacifico e bibitona per rutto integrato. Poi, dopo la cena si va a nanna, il Wi-Fi non funziona, non riesco a caricare le foto. Chiudo tutto. Giornata da ricordare!
Giovedì 9 giugno
Non male Nevers come città: modesta, moderna ed essenziale, con i profumi che mi hanno accompagnato verso la Loira. Il primo tratto, fuori dal centro, si snoda per cinquanta chilometri interamente immerso in una foresta continentale che ricorda una lussureggiante giungla paradisiaca. La ciclabile offre una pedalata eccezionalmente scorrevole, morbida come il velluto sotto le ruote. Ho preso sole, ho goduto del verde fuso a un azzurro fin troppo intenso. Ho giocato a individuare i papaveri in mezzo ai campi di frumento. Ho salutato mucche e pecore, parlato con un cavallo. Ho visto una mucca senza tette, e ho pensato fosse un toro ma non aveva nemmeno le palle. Era un castrato e stava in mezzo a una cinquantina di compagni.
Triste vita da eunuco, a fare niente tutto il giorno fino a quando la sua esistenza prenderà un senso dentro un piatto servito al ristorante.
Poi trenta chilometri di percorso in salita costante, senza pausa almeno per il primo tratto fino all'altopiano dove ho patito quaranta chilometri di un collinare fatto di discese troppo rapide e salite troppo ripide.
Arrivo alle sette di sera a Lapalisse dopo 123 km di bici esageratamente tirati. Volevo arrivare a Roanne, ma mi sono reso conto di aver messo nel mirino un obiettivo troppo ambizioso. Avrei dovuto fare altri cinquanta km impiegando tre ore.Prendo una stanza all'hotel de Bourbonnais e dopo una rapida risistemata scendo in sala per la cena. Mangio divinamente: un filetto di manzo con insalata, accompagnato da un gratin di patate, finendo con due fette di dolce alle ciliegie. L'Hotel de Bourbonnais occupa uno stabile d'epoca e offre tutti i comfort necessari alle mie esigenze. Il materasso mi abbraccia senza scrupoli e approfitta della mia stanchezza per rapirmi il tempo di una notte.
Venerdì 10 giugno.
Sveglia al profumo di legno e caffè a Lapalisse. Il cielo, ancora timido, promette un sole generoso per i 49 chilometri fino a Roanne. Stamattina, dopo aver aperto la finestra, è entrata una gatta nera per farsi fare le coccole. Poi si è stancata, ha fatto motto di mordermi e sculettando è uscita da dove era entrata. Posto incantevole Lapalisse.
Una leggera foschia si frappone tra me e l'orizzonte, poi la tappa diventa un susseguirsi di tranquille strade secondarie, spesso ombreggiate da querce centenarie, che dipingono un quadro sereno della campagna francese.
Attraverso piccoli borghi in pietra, dove il tempo sembra essersi fermato, con le biciclette appoggiate ai muri fioriti.
L'ultimo tratto, avvicinandomi a Roanne, offre altri emozionanti assaggi della Loira. La pista ciclabile si fa più ampia e il ritmo più sostenuto su una strada statale , mentre la città si profila all'orizzonte. Dopo due ore e mezza in sella, la distanza è sparita come la nebbia mattutina. Arrivato, sento la dolce fatica nelle gambe: non ho fatto solo chilometri, ho anche assorbito paesaggi. Ma superata la prima cinta periferica imperlata da splendide casette, entro di colpo nel caos metropolitano.
Sono troppo ben abituato a paesaggi idilliaci, a casette delle favole e cielo terso. Tornare in mezzo al traffico catastrofico e all'infinito succedersi di centri commerciali è un pugno sulle gambe ad ogni colpo di pedale. Marciapiedi su, giù, deviazione, rotonda, l'idiota che suona, semaforo che blocca in salita, polvere, fumo.
Le pedalate sulle sponde della Loira erano una gioia, diversa da fastidio per questo pulviscolo raccapricciante, dalla frenesia agli incroci a caccia di una precedenza. Ma così è.
Faccio un passaggio nel centro ma Roanne non mi impressiona e così mi reco dritto alla stazione dei treni in una periferia che rimane identica in ogni spicchio d'abitato. Preferisco salire su un treno e risparmiarmi un passo di montagna impegnativo. Ho fatto la conta dei giorni e mettendoli in relazione ai km da fare in montagna sulle Alpi, ho scelto di preservare le gambe.
Sono preoccupato per le notizie apprese il giorno prima sullo sciopero programmato per la giornata odierna, invece, fortunatamente, compero un biglietto del convoglio TER delle 12:45 per Lione. Mentre viaggio comodamente seduto calcolando i prossimi itinerari sul telefono, la promozione telefonica per il traffico dati si esaurisce costringendomi a un piano di emergenza con una tariffa per nulla economica.
Lione è una città senza acuti, piatta e poco provocante, piena di forze dell'ordine impegnate a controllare una piazza dove questa sera i tifosi guarderanno la partita sul mega schermo.
La città, un tempo capitale delle Gallie, dipinta come polo gastronomico e storico, mi appare oggi solo come un nodo logistico.
Un rapido caffè da il via a quella che si annuncia come una tappa puramente logistica: 41 chilometri netti da percorrere. Nessun brivido o panorama indimenticabile, ma solo l'esigenza di un trasferimento efficace verso Bourgoin-Jallieu dove ho riservato una stanza.
Le due ore e tre minuti di pedalata si consumano tra le vie anonime della periferia tentacolare e le strade dipartimentali, dove il ritmo costante della bici prevale sulla curiosità. Fuori, il mondo scorre: un misto di zone industriali, campi coltivati e qualche sobborgo assonnato. Un tratto metodico e senza storia, un semplice punto di giunzione tra due destinazioni.
L'arrivo a Bourgoin-Jallieu non porta gioia, ma la soddisfazione di aver spuntato una casella sulla tabella di marcia. La bici parcheggiata, la tappa conclusa, pronta per il giorno successivo.
Scendo per la cena in una birreria che deborda di tv. Comincia in questo momento il secondo tempo della partita di calcio Francia-Romania, il primo match del campionato europeo di calcio. Noioso, impalpabile. Un gioco troppo attento, improntato sul limitare al massimo i danni invece di provare a fare qualcosa di incisivo. Ho guardato il primo tempo sorseggiando una Grimbergen Blanche mentre sbaffavo un tagliere con un po' di salame e formaggio. Il clima è controllato tra gli altri clienti, più interessati a chiacchierare e bere che impegnati a fare il tifo, a differenza di due anni fa quando ero in viaggio sempre in Francia e, durante i mondiali, ogni partita dei Bleus era seguitissima. Pare che l'interesse per il calcio stia calando
Arrivando in questo borgo ai margini della strada nazionale, non vedevo l'ora di fermarmi per scrollarmi di dosso il mal pedalare che mi ha accompagnato da Lione in poi. Intimamente so che sono semplicemente stanco e avendo visto gli splendori dei castelli della Loira su al nord, ora tutto il resto appare poco affascinante. Quasi sicuramente, se andassi ad indagare sulle mappe, troverei dei luoghi da visitare ma non si trovano sulla strada principale, dovrei compiere deviazioni importanti. Oltretutto, inizio a sentire nostalgia di casa.
Domani saranno altri km di autostrada prima delle rampe sulle Alpi e gestire le energiè sarà basilare.
Dovrò assolutamente raggiungere Chambéry, superarla e cercare la prima neve, sul passo più impegnativo che abbia mai sfidato in Francia. Il grafico mostra cinque tornanti con pendenze da brivido. Audace, dovrò essere Audace!
Sabato 11 giugno
Il vero avvicinamento all'Italia inizia sabato con la partenza da Bourgoin-Jallieu, dall'albergo in Avenue d'Italie dove ho comodamente riposato. Ne avevo bisogno, intendo di un buon riposo, perché la mente più del corpo necessitava di un ristoro dopo la giornata di traffico frenetico in uscita da Lione. Apro le tende e la luce grigiastra di un tempo nuvoloso mi accoglie. La strada di sotto è bagnata, il freddo consiglia una tenuta calda.
La stagione del ciclista, quella mia almeno,dura dal primo caldo primaverile al primo freddo autunnale. Oltre questo lasso di tempo ci sono i rigori invernali e le uscite si diradano. Preferisco lavorare in palestra per mantenere tonicità. Al limite esco nei fine settimana per qualche sgambata veloce. In quel periodo, penso al viaggio estivo, alla programmazione di una meta consona alle mie caratteristiche. L'idea prende forma, si irrobustisce e infine si concretizza. Somiglia un po' al ciclo del roseto, che riposa e aspetta l'avvento della bella stagione, poi butta le prime foglie, cesella i boccioli e al momento opportuno esplode di colori e profumi, fino ad omaggiare tutti della rosa più bella.
Oggi vesto il lungo, chiudo il bagaglio e recupero il mezzo per andare a caccia di una colazione riattivante. Nella boulangerie della piazza, trovo un caffè nucleare in cartone e una brioches au pralines da dieta finita. A un ciclista del posto chiedo le solite cose e informazioni sui passi per raggiungere Chambéry, che dista una cinquantina di chilometri. Mi consiglia di fare la statale, senza avventurarmi in deviazioni di fantasia.
Comincio a pedalare sulle gambe riluttanti, spingo tentando di addomesticarle, poi capisco che non è il caso e lascio che vadano da sole. Piano piano entrano in sintonia con il programma e la velocità entra nella norma. Oltretutto un generoso vento alle spalle aiuta. Salgo con discrezione, non avverto l'aumento di quota, ma necessito di piccole pause per dare respiro alla seduta. Anche la fame gioca il suo ruolo e trovo deliziose le "croque salade" in una boulangerie nel centro del villaggio di Les Échelles. Sono entrato nella Savoia francese e le montagne iniziano a mostrarsi imponenti. All'ufficio turistico trovo una mappa molto dettagliata della regione, la piego e la inserisco nella tasca trasparente sulla borsa.
Montagna significa salite, e il sole che mi accompagna convince a cambiarmi d'abito per indossare una mise più leggera, ovviamente ai margini della carreggiata senza preoccuparmi delle macchine che transitano. Passo una galleria che perfora la costola rocciosa di un colle e inizio a salire per cinque km, fino a una deliziosa discesa fin dentro l'abitato di Chambéry. La città è piccola e raccolta, ha un centro storico molto gradevole e un Castello Ducale massiccio che si eleva con le sue torri a protezione del borgo. Questo castello, che fu la storica sede dei Duchi di Savoia, domina la scena con la sua architettura imponente e solida. Scatto le foto ricordo e dopo una breve "pausa mela" riprendo a viaggiare. Scendo velocissimo a Montmélian e quindi con una larga curva proseguo nuovamente in leggera salita.
La direzione intrapresa punta diretta ad Albertville e mi porta verso nord est, su un viale alberato che costeggia il corso del fiume Isère. Sono 112 i km sul tachimetro, la forza si riduce al 50 per cento e inizio a cercare una sistemazione per la notte, anche se sono appena le 17:30. Il responso è quello che immaginavo: poche sistemazioni economiche e oltretutto distanti. La più accessibile dista 27 km. Ci sono pochi tentennamenti: spendere cento euro per una notte sarebbe un dispendio fuori dalle mie previsioni mentre quello distante ne vuole quaranta. Un considerevole risparmio.
Esito, ci penso un attimo e poi fisso la prenotazione con Booking per non dover arrivare sul posto e trovare le camere terminate. Anche se sono in mezzo ai monti, la strada è piatta, ma resta lo stesso una bella distanza. Viaggiando a 23 km orari impiego più di un'ora di pedalata. Le mie forze sono allo stadio riserva.
Sembrava non finisse mai, e invece La Chambre compare dopo una rotonda. Svolto e prendo possesso della stanza.
Nel parcheggio della struttura c'è un venditore ambulante di panini e al modico costo di 5 euro, mangio due cheeseburger prelevati dal congelatore e arroventati nel microonde: tradizionale cena alpina ...
Sono soddisfatto per il risultato conseguito.
Consulto su internet il grafico della strada che mi aspetta il giorno seguente e rabbrividisco: si parte da quota 400, si sale senza tregua per 80 km a una pendenza umana e poi c'è una verticale di 8 km per arrivare in cima al colle! Il bocciolo prende forma, la rosa è vicina.
Domenica 12 giugno
Al mattino, la rugiada bagna ogni cosa, vesto il corto, immaginando che l'aria si scalderà molto presto, e infatti, complici le prime rampe di avvertimento, entro in temperatura, senza essere seguito dalle gambe che hanno accumulato l'affaticamento dei giorni precedenti. Stentano a girare nelle spinte che mi servono sulle salite, con il fiato che si accorcia e l'inizio della perdita del senso dell'inclinamento della carreggiata, tanto che molto spesso sosto per riprendermi. Prendo un caffè a Modane, la cittadina alpina da dove parte il famoso traforo del Fréjus, eliminando una volta per tutte la tentazione di caricare la bici su un TGV in direzione Milano, perché da questo punto in poi si va sulla via senza ritorno, e i petali della rosa perfetta spingono.
A Termignon, rimango senza provviste, ho finito l'ultima cioccolata e la fame mi spreme la mente, mi costringe a cercare qualcosa da mangiare, ma è domenica, tutto è desolatamente chiuso, le stradine dei borghi sono deserte e ho difficoltà nel reperire qualcosa di commestibile. Seguendo una flebile traccia, arrivo a individuare un ristorante aperto; entro, ma l'accoglienza è ostile: mi comunicano che si sta svolgendo un pranzo di comunione e che posso tornare indietro presso un ristorante che ho già visto chiuso. Chiedo di avere soltanto un pezzo di pane, perché ho fame e quella è l'unica attività aperta, ma la risposta è glaciale: désolé. Alzo il tono osservando che stanno ipocritamente festeggiando la comunione cristiana, salvo cacciare un affamato e temendo che continui con la piazzata, mi preparano un panino con prosciutto e formaggio facendomi accomodare sui tavolini all'esterno. Finalmente rifocillato, riprendo l'avvicinamento al passo, assaggiando una rampa che consuma quello che da poco ho divorato.
Lanslebourg arriva dopo 10 km di prove di rampa, opero l'ultima sosta in un bar gestito da polacchi, prendo coraggio e una buona dose di rincorsa imboccando la via.
L'assalto finale al Mont Cenis inizia con la gravità che mi trattiene immediatamente, la pendenza si oppone alle ripetute orbite di pedali: saranno cinque tornanti da cardiopalma! Devo fermarmi spesso e, con il fiato corto, osservo le moto sfrecciare arroganti verso la cima.
Purtroppo ho sbagliato l'approccio al passo spingendo generosamente per 60 chilometri, salendo per 900 metri e ora pago lo sforzo.
Al terzo tornante mi prendo una pausa lunga nel giardino di una casera, tolgo la maglia e mi distendo su un tavolo a prendere il sole. Alla ripresa, su una pendenza all'8%, constato che le gambe non girano più! Mancano tre degli otto km iniziali per terminare la salita. Me ne frego della forma, visto che nella sostanza devo arrivare in cima e tutto il resto non conta. Spingo a mano e ogni tanto risalgo in sella, ma per poco. Controllo il GPS, manca un km, mi fermo nei pressi di una cascata, sbuccio l'ultima mela e poi riprendo. A mezzo km dall'arrivo, trovo un tedesco fuori dalla sua macchina che mi aspetta e poi mi corre incontro porgendomi una banana, mi incoraggia e chiede se desidero un passaggio con fare scherzoso. Gli ultimi 500 metri li faccio in sella, spingo e spremo tutto quel poco che rimane.
Arrivo trionfante al cippo di granito che recita: Mont Cenis, 2083 metri slm.
Arrivare in cima al Colle del Moncenisio (Mont Cenis), la rosa più bella della fioritura di quest'anno, è stato duro, faticoso, infinito, a tratti esasperante. La rosa è sbocciata dentro al petto: la soddisfazione, la gioia per essere arrivato a conclusione di un avvicinamento lunghissimo. Avverto il profumo della conquista, della quota più alta mai raggiunta, consapevole che sarà così per molto, forse per sempre. Allestisco il set fotografico, m'immortalo e poi ricomincio, perché la giornata non è finita.
Inizia a scendere una pioggia gelida, mi scaccia dalla vetta, investendo anche i motociclisti che riparano nei bar in attesa di un miglioramento. La discesa è sul versante italiano, una picchiata verticale, fino al primo bar dove consumo un caffè per un euro, invece dei soliti due euro e 60 di quelli francesi.
Il sentiero della maledizione si palesa alla ripresa fuori dal locale. Trovo un blocco dei carabinieri che mi indirizza verso una deviazione, dovuta allo svolgimento di una gara automobilistica. Chiedo se si arriva lo stesso a Susa e mi rispondono che si tratta pressoché della medesima strada.
Una balla mostruosa! Inizio un saliscendi intenso su una strada in mezzo a un fittissimo bosco, che mi allunga l'itinerario di ben 10 km. Li maledico più volte! Per finire, la strada si stringe e prende un'inclinazione esagerata, costringendomi a spremere i freni come non mai.
Arrivo a Susa dove non ci sono stanze, e non avendo modo di fermarmi, prendo la via di Torino, ma quando meno me l'aspetto trovo le indicazioni per un B&B nella località di Foresto. L'accoglienza è ottima, anche quella del cane di casa (un pastore australiano) che insiste per giocare con lui. Nel paese si svolge la sagra dell'arrosticino, organizzata dagli "amici della montagna", ma le file alle casse sono bibliche. Così, vado alla pizzeria per una cena più rapida. Torno al tendone e assisto a una parte del concerto della cover band di Zucchero, infine mi ritiro e concludo la mia giornata guardando un pezzo della partita dell'Europeo di calcio.
Domenica 12 giugno
La colazione del mattino successivo è ricca e corposa. Mi hanno preparato un petit déjeuner degno di un re. Siedo alla tavola con la padrona di casa, suo marito e la madre. Si chiacchiera di tutto quello che passa per la testa, e arrivano le dieci in men che non si dica. 50 km mi separano da Torino, e con calma e indolenza mi avvicino alla meta. Mi chiama la padrona del B&B quando sono sceso per una decina di chilometri, avvertendomi di aver dimenticato in stanza la busta dei medicinali e vitamine, e si propone per raggiungermi, darmi la busta e prendere ancora un caffè. Arrivo a Torino lungo "Corso Francia", un interminabile rettilineo che scodella un semaforo ogni 50 metri: tutti rossi o quasi! Sono fermate e ripartenze continue su un viale senza nulla di lusinghiero.
La sfida alla logistica ferroviaria. La prima cosa da fare è prendere visione degli orari dei treni. Per portare sul vagone la bici devo fare affidamento ai regionali: si tratta di 4 cambi per 72 euro, con 8 ore di viaggio da fare il giorno successivo, visto che l'ultimo utile è appena partito. Ho ancora un'opzione: il Frecciabianca, partenza tra un'ora dal binario 2 (alle 15:19). Ma devo avere una sacca e metterci dentro la bicicletta smontata. Rifletto: ho raggiunto comunque Torino, fare un'altra notte in albergo mi allunga i costi. Non farei comunque un'adeguata visita alla città perché sarebbe di lunedì e i musei sono chiusi. Dovrei attendere il mattino successivo e poi correre in stazione prima delle 14 per iniziare il rientro. Deciso: stampo il biglietto: 71 euro, nemmeno fosse un aereo!
Devo trovare un telo, un nailon, qualcosa per avvolgere la bici. Mancano 45 minuti alla partenza. Vedo una donna delle pulizie intenta nel suo lavoro dentro un bagno e le chiedo se può darmi un paio di sacchi neri delle immondizie. Non vuol saperne di darmi ascolto e mi caccia via in malo modo. Esco dalla stazione: in giro non ci sono negozi aperti adatti allo scopo. Vedo dentro un cassonetto dei sacchi d'immondizia, mi avvicino e li tasto, li apro, ne vuoto uno, e così con altri due. Puzzano di buccia d'arancia e fondi di caffè. Ma chi se ne frega! Mancano trenta minuti! Scendo nella stazione Porta Susa, timbro il biglietto e mi precipito al marciapiede, smonto i bagagli e la ruota davanti, poi tolgo i pedali.
Lego la ruota al telaio con il nastro da pacco che mi sono portato dietro. Apro i sacchi, ne faccio tre teli. Avvolgo alla bene meglio la bici, incollo i lembi col nastro, e infine uso tutta la pellicola per alimenti che mi era avanzata per sigillare quello che è rimasto esposto. Il treno arriva quando ho appena srotolato l'ultimo centimetro, monto sulla carrozza 5, la porta si chiude, il treno parte. Un addetto delle ferrovie si lamenta che così la bici non è smontata e chiusa nella sacca, ma solo incellofanata. Rammaricato, rispondo alla francese: "Desolé". Ormai sono in viaggio, faccio le mie più sentite scuse e prometto di non farlo mai più, ma dentro di me penso che per 72 euro, potrei portare anche un tandem!
Nella carrozza affollata, trovo a malapena un posto vuoto dal quale tengo d'occhio la bici incastrata tra i sedili. Il treno balla un casino a differenza di quelli impeccabili della SNCF. Sono a Verona, passiamo veloci e tra poche ore sarò a casa, dai miei affetti, nella casa dove c'è casa. La rosa del viaggio si apre, si spampana e perde i primi petali, ma rimane il profumo, quello indimenticabile di due settimane spese tra castelli di fiaba e un passo ruggente che ha tentato in tutti i modi di respingere il mio assalto. Non ho vinto niente, nessuna medaglia, ma ho passato due settimane d'incanto e di pura, viscerale avventura, combattendo contro le alluvioni, l'indolenza francese e l'approssimazione italiana, conquistando castelli chiusi e strade allagate.
Ha vinto la tenacia, il non aver mai mollato! Alla prossima avventura!
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