Ero seduto sul volo da Trieste, stretto nel mio sedile con Antonella accanto che dormiva, e l'adrenalina già mi entrava in circolo nelle vene. Venti giorni, un'auto a noleggio, e la West Coast americana tutta da scoprire. Il nostro on the road della California, con sconfinamento nei parchi e a Las Vegas, stava per iniziare.
Un viaggio attraverso i Grandi Parchi e le iconiche città della California, Nevada e Arizona è l'esperienza di road trip per eccellenza negli Stati Uniti. È un'epopea di contrasti, dove gli alberghi scintillanti di Las Vegas si scontrano con il silenzio millenario dei canyon e la nebbia salmastra della costa incontra il sole cocente della Valle della Morte.
San Francisco e i Parchi
(Giorni 1-6)
Sbarcati a San Francisco il primo giorno, la città ci ha subito abbracciati con la sua nebbia e le sue ripide colline. Abbiamo preso la macchina – un bel SUV spazioso, fondamentale per i bagagli e le lunghe distanze – e ci siamo sistemati in un motel (circa 90€/notte per una camera decente fuori dal centro). I primi due giorni sono volati tra il Golden Gate Bridge (uno spettacolo che ti ferma il respiro), le curve di Lombard Street e i leoni marini del Pier 39. Per cena, il primo vero "comfort food" americano: un enorme hamburger con patatine fritte e una birra artigianale, pagati 36€ in due.
Al terzo giorno, abbiamo lasciato l'oceano per l'interno, direzione della Sierra Nevada dove si trova lo Yosemite National Park: la Cattedrale di Granito(circa 300 km, 4-5 ore di guida). La strada, man mano che si saliva, cambiava, dai campi coltivati alle maestose foreste di conifere. Lo Yosemite è pura grandezza: l'Half Dome e El Capitan si stagliano come giganti di granito, e le sequoie giganti a Mariposa Grove ti fanno sentire un minuscolo intruso.
L'Esperienza ci ha offerto un'immersione nella natura: durante un trekking, abbiamo avvistato un cervo prima di arrivare al punto panoramico come sul Glacier Point.
Abbiamo dormito in un motel appena fuori dal parco, vicino a Mariposa, per circa 80€/notte. La cena è stata un'esperienza da diner: uova, bacon, pancake per me e Antonella (circa 20€ totali a testa, mancia inclusa).
Da lì, la rotta ci ha portato verso sud-est, attraversando la Death Valley National Park, uno dei luoghi più caldi e aridi del pianeta. (quasi 500 km, un viaggio lungo ma indimenticabile). Guidare qui è come atterrare su Marte: Badwater Basin, il punto più basso del Nord America, è un'immensa distesa di sale bianco accecante. Faceva un caldo infernale, ma il paesaggio lunare valeva ogni goccia di sudore. È un deserto alieno, con paesaggi drammatici che includono dune di sabbia, distese di sale e montagne colorate. Death Valley National Park.
Dopo un’occhiata a Zabriskie Point abbiamo preso la direzione di Las Vegas
Alla sera del sesto giorno, lo shock: la polvere e il silenzio del deserto si sono trasformati nel frastuono e le luci sfavillanti di Las Vegas. Due notti di lusso sfrenato o quasi, in un hotel sulla Strip (circa 120€ a notte, un'occasione rispetto ai prezzi di San Francisco) dove abbiamo provato l'ebbrezza di una cena all-you-can-eat buffet (circa 30€ a testa) e qualche dollaro speso alle slot machine, il necessario per dire "ci siamo stati".
Quando stavamo ancora pensando alla nostra possibile nuova avventura in vacanza, Antonella mi disse: "Amore, andiamo a Las Vegas!" Pensavo che scherzasse. Ma eccoci qui. Due giorni e due notti che sono stati come una scarica elettrica, un’immersione totale in un sogno scintillante. Euforia pura, unita a un senso di meraviglia per quanto l'uomo sia capace di creare.
Appena arrivati l’aria è cambiata. Non era più solo il caldo del deserto, ma l'elettricità, la promessa di qualcosa di straordinario.
Las Vegas è la quintessenza del contrasto. Dopo i primi giorni passati tra rocce e canyon, la Strip è diventata un'esplosione di luci, lusso e intrattenimento sfrenato. La città è un eccentrico parco a tema gigante per adulti, un luogo dove la realtà si sospende, è rumorosa, eccessiva, ma assolutamente unica al mondo.
La Follia della Strip al Tramonto
Il nostro primo approccio con la Strip è stato al crepuscolo, e credetemi, è il momento migliore. Man mano che il sole scendeva, la città si accendeva, trasformando un’anonima strada in un fiume di luce che non ha eguali al mondo. I colori erano così saturi, i cartelloni così giganteschi e abbaglianti, che mi sembrava di camminare all'interno di un videogioco ad altissima definizione. L'aspetto della città è di un lusso sfacciato, un'opulenza continua, ma è proprio questo che la rende così divertente. Ogni passo era una scoperta, ogni hotel una nazione o un'epoca diversa.
Un finto sì e l'eleganza veneziana
Il nostro momento più assurdo e divertente? La visita a una delle tante cappelle dei matrimoni iconiche. Non avevamo intenzione di sposarci per davvero, ovviamente, ma ci siamo fatti prendere dal clima di assoluta leggerezza. Entrare in quel luogo kitsch, pieno di velluto rosso e luci soffuse, e fingere di scambiarci le fedi, con tanto di musica di Elvis in sottofondo, è stato esilarante. Ci tenevamo la mano e ridevamo come matti. La foto in cui Antonella fa il broncio perché non era un matrimonio vero è finita dritta nell'album dei ricordi! Ci ha regalato un'emozione di giocosità e complicità che solo Las Vegas poteva scatenare.
Nel pomeriggio del secondo giorno, ci siamo immersi nell'assoluta eleganza del Venetian. Uscire dal caldo torrido e trovarsi a Venezia, con i canali, le gondole e i gondolieri che cantavano in italiano, è stato surreale. L'attenzione ai dettagli, i soffitti affrescati, il cielo finto dipinto in modo così realistico da farti dimenticare l'ora... Mi sono sentito trasportato in un'altra dimensione. Abbiamo bevuto un caffè (a un prezzo esorbitante, ma ne è valsa la pena!) ammirando la Piazza San Marco ricostruita. L'emozione qui è stata di stupore artistico per la fedeltà della riproduzione.
Rilassamento Francese e Vista Notturna
La nostra oasi è stata la piscina dell'Hotel Paris. Dopo ore di cammino, giocare d'azzardo (e perdere qualche spicciolo con dignità) e ammirare le fontane danzanti del Bellagio , avevamo bisogno di staccare. La piscina, situata proprio sotto la Torre Eiffel (quella di Las Vegas, ovviamente!), era il luogo perfetto. Stare in ammollo, sotto il sole caldo del Nevada, con la replica del monumento parigino che svettava sopra di noi, ci ha fatto sentire come in un film. È stato un momento di pura beatitudine e relax assoluto.
Nel pomeriggio siamo entrati alla Sphere, un livello completamente nuovo di immersione digitale. Appena entrati l'emozione è stata di assoluto stupore. Non è una sala da concerto, è un'astronave.
Quando lo schermo LED a 16K si è acceso, siamo stati risucchiati in un altro mondo. L'esperienza immersiva, con immagini di una nitidezza mai vista, ti avvolge completamente. Non guardi un film; sei dentro la scena.
Il suono è incredibile: si muove intorno a te con precisione millimetrica. E poi ci sono gli effetti 4D: una brezza leggera sul viso in una scena di volo, i sedili che vibrano leggermente simulando un tuono. Ho guardato Antonella e i suoi occhi brillavano, pieni di meraviglia.
È un'esperienza trascendentale che ti isola dal caos di Las Vegas. Perdersi in quei mondi, tenendosi per mano, è stato indimenticabile. La Sphere è più di un'attrazione, è il futuro dell'intrattenimento. Assolutamente da non perdere!
La sera, camminare sulla strada principale che divide in due Las Vegas, tenendoci per mano, con miliardi di luci che illuminavano la notte, è stata la conclusione perfetta. L'aspetto della città di notte è magia liquida. È caotica, rumorosa e un po' folle, ma ti entra dentro.
La città funge da catapulta per il tour dei parchi, trovandosi a poche ore di auto da Death Valley, Zion e il Grand Canyon West.
Il settimo giorno è stato il richiamo della natura. Che storia incredibile!
Quando ho puntato la sveglia alle 4:00 del mattino a Las Vegas, sapevo che mi aspettava una giornata indimenticabile. Lasciare le luci accecanti della Strip nell'oscurità prima dell'alba è stato quasi un atto di purificazione. La I-15 era un nastro d'asfalto nero che tagliava il deserto, e la magia è iniziata quando il cielo, da nero inchiostro, ha cominciato a tingersi di un rosa tenue e poi arancione vibrante.
L'Imponenza di Zion National Park.
L'arrivo allo è stato uno shock visivo. Dopo le distese desertiche, ritrovarsi in questa stretta valle dominata da pareti di arenaria rossastre e bianche, che si innalzano verso un cielo blu intenso, è stato mozzafiato. Il sole, ormai alto, accendeva le cime, creando un contrasto incredibile tra l'ombra profonda del canyon e la roccia illuminata, quasi fosse in fiamme. Mi sentivo piccolissimo, un granello di sabbia davanti a cattedrali naturali erette dal tempo.
Il momento clou è stato senza dubbio il tratto a piedi nel fiume Virgin per raggiungere Big Spring. Dopo aver preso la navetta fino al Tempio di Sinawava e percorso l'ultima parte di sentiero battuto, è arrivato il punto di non ritorno: dentro l'acqua! Non è stata una semplice passeggiata, ma un'avventura. Con l'acqua gelida che mi arrivava a metà polpaccio, in certi punti anche alle ginocchia, avanzavo usando un bastone per l'equilibrio. Le pareti del canyon si stringevano sempre di più – eravamo nel cuore di The Narrows. L'aria era fresca, profumava di umido e muschio. Il rumore dell'acqua era l'unica musica.
Raggiungere Big Spring è stata la ricompensa: una serie di cascate e sorgenti che sgorgano direttamente dalla parete rocciosa, con una vegetazione lussureggiante e un'acqua cristallina. Era un luogo sacro, un'oasi di vita dopo ore di cammino tra le rocce imponenti. L'emozione era pura gioia e stupore per la potenza e la bellezza della natura.
La Sorpresa di Bryce Canyon
A malincuore, ho lasciato Zion e mi sono immesso sulla Zion Park Boulevard (UT-9), attraversando il tunnel e salendo in altitudine. Già la strada stessa è un'attrazione, con le curve che si inerpicano e le viste panoramiche che cambiano a ogni tornante.
Dopo un viaggio di circa un'ora e mezza/due sulla US-89 e poi sulla UT-12, sono arrivato al Bryce Canyon National Park, e il mondo è cambiato di nuovo.
Se Zion è maestoso, Bryce è surreale. La prima vista dall'alto è stata un'esplosione di colori e forme che non assomigliano a nulla che abbia mai visto. L'emozione qui è stata di assoluto incanto e meraviglia fiabesca. Invece di grandi pareti, mi sono trovato di fronte a un anfiteatro naturale brulicante di migliaia di pinnacoli rocciosi, chiamati hoodoos. Sembrano sculture scolpite da un artista bizzarro, con sfumature che vanno dal bianco, al giallo, all'arancione, al rosso fuoco.
Il sole del tardo pomeriggio illuminava gli hoodoos dal lato, rendendo le ombre lunghe e drammatiche. Mi sembrava di guardare una folla pietrificata di spettri o forse i resti di antiche divinità. Bryce è un luogo che ti costringe a fermarti, a contemplare l'immensità del tempo geologico. È una vera sinfonia di colori e un capolavoro di erosione.
La stanchezza fisica della lunga giornata era nulla in confronto alla sazietà spirituale che provavo. È stato un viaggio che mi ha lasciato l'anima piena e la voglia di ritornare in questi angoli di paradiso terrestre.
La mattina dopo (Giorno 8), una breve escursione per ammirare le formazioni rocciose da vicino è stata d'obbligo.
Da Bryce, il tragitto per i luoghi iconici dell'Arizona è stato di circa 250 km. Abbiamo fatto tappa a Page (Giorno 9), dove abbiamo prenotato l'ingresso all'Antelope Canyon
Antelope Canyon è un vero capolavoro di luce e roccia scavato dall'acqua, una sinfonia di colori che valeva i 50€ a testa del biglietto. Antelope Canyon (Arizona): Uno slot canyon di arenaria rossa con fasci di luce che penetrano dall'alto. La visita è possibile solo con un tour guidato dalla popolazione Navajo, proprietaria del sito.
Poco distante, l'Horseshoe Bend, un'ansa perfetta a forma di ferro di cavallo del fiume Colorado, ci ha regalato un altro scorcio pazzesco, una vista indimenticabile vicino alla città di Page.
Il culmine del viaggio è stato il Grand Canyon National Park (Giorno 10) a circa 200 km da Page. Ti dicono che è grande, ma nulla ti prepara alla sua immensità. Il Grand Canyon non è solo una meta, è un'esperienza che ridefinisce il concetto di scala. La sua vastità è indescrivibile: una ferita lunga 446 km e profonda fino a 1.8 km nella crosta terrestre, scavata nel corso di milioni di anni dal fiume Colorado.
Ci siamo fermati sul South Rim, il lato più accessibile e visitato, aperto tutto l'anno. Offre i panorami più iconici, con punti come Mather Point, Yavapai Point e la scenografica Desert View Drive. Ideale per i visitatori che desiderano strutture ricettive, sentieri ben mantenuti (come il Bright Angel Trail) e viste classiche.
Averemmo voluto visitare anche la West Rim, ma il viaggio si sarebbe allungato di altri 400 km e consumato un sacco di tempo. Ci è dispiaciuto non passeggiare sul famoso Skywalk, la passerella di vetro a ferro di cavallo sospesa nel vuoto. Ci siamo presi un pomeriggio di svago all'Holiday Inn Resort the Squire at Grand Canyon, un delizioso motel con piscina nel bel mezzo del deserto
Verso Sud: San Diego
(Giorni 13-14)
Dal Rosso Cemento all'Oceano Blu: Sulla Strada da Grand Canyon a San Diego
Lasciare il Grand Canyon, anche dopo giorni, è sempre difficile. La vista dal South Rim ti rimane dentro, un'immagine scolpita di grandezza. Ma il nostro viaggio non era finito; la California, con le sue promesse di brezza marina, ci chiamava. Così, io e Antonella abbiamo caricato l'auto all'alba e ci siamo messi in marcia: destinazione, l’Oceano Pacifico.
L'Immensità del Deserto e la Route 66
Il tratto iniziale, lasciata l'Arizona centrale, è stato un'immersione totale nel deserto dell'Arizona e del Mojave. L'aspetto era quello di una tela infinita, dipinta con tonalità di ocra, ruggine e grigio polvere. L'emozione dominante era di libertà assoluta, una sensazione data da quello spazio vuoto e illimitato che si estendeva fino all'orizzonte. L'aria era secca e calda, ma una volta scesi dall'auto, si sentiva il profumo delle piante selvatiche, del ginepro e della terra arsa.
Il primo tocco di colore storico l'abbiamo avuto sfrecciando lungo un tratto della leggendaria Historic Route 66, in particolare nei dintorni di Kingman. Abbiamo fatto una sosta veloce a un vecchio distributore, un’icona del mito americano, dove l'insegna arrugginita e la pompa di benzina d'epoca sembravano raccontare storie di pionieri e di sogni in viaggio. Scattare una foto lì con Antonella, sotto quel sole che picchiava, è stato un modo per far rivivere per un istante l’epopea dell’Mother Road.
L'Oasi di Lake Havasu City e il Ponte Misterioso
Dopo ore di paesaggi desertici, l'arrivo a Lake Havasu City è stato come trovare un miraggio. Una distesa blu brillante che contrastava in modo spettacolare con il marrone e l'ocra del deserto circostante. Ma la vera sorpresa non è stata il lago, bensì il suo simbolo: il London Bridge.
San Diego: Tra Leoni Marini e Fantasmi di Top Gun
San Diego è stata una tappa che io e Antonella aspettavamo tantissimo, e in due giorni ci ha rapiti. L'atmosfera qui è rilassata, ma ricca di storia e adrenalina.
Il primo giorno è stato dedicato ai monumenti e alla storia. Abbiamo visitato l'Embarcadero, con l'imponente portaerei USS Midway che domina la baia: un vero tuffo nella storia navale americana. Naturalmente, ci siamo fatti scattare una foto romantica davanti alla statua del "Bacio" (Unconditional Surrender). Poi ci siamo immersi nel fascino coloniale di Old Town, dove la California è nata. La sera, però, è arrivato il momento del fan-service: siamo andati al Kansas City Barbeque nel Gaslamp Quarter. Questo è il famoso "bar di Top Gun!" Entrare lì e vedere il pianoforte su cui Goose e Maverick hanno suonato "Great Balls of Fire" è stato emozionante. Ho preso una birra con Antonella e ci siamo sentiti parte della leggenda.
Il secondo giorno è stato un omaggio alla natura costiera: La Jolla. Questo quartiere è incredibile, con scogliere dorate a picco sull'oceano e l'acqua di un blu caraibico. La La Jolla Cove è il pezzo forte, non solo per il panorama mozzafiato, ma perché è la casa delle foche e dei leoni marini! Guardare queste creature sonnecchiare pacificamente a pochi metri da noi è stata una gioia. Ci siamo seduti a lungo, Antonella ed io, a goderci il sole, il vento e il rumore delle onde.
San Diego ci ha regalato un mix perfetto: cultura, adrenalina cinematografica e una natura selvaggia e accessibile. È una città che ti abbraccia e ti fa sentire subito in vacanza.
Giorno 13-14
A San Diego l'atmosfera era radicalmente diversa da quella del deserto: aria tersa, palme e un'energia rilassata. Abbiamo visitato la vivace Old Town, il Balboa Park – un'oasi verde con musei e giardini – e passeggiato sul lungomare di Coronado Island, ammirando il lussuoso Hotel del Coronado. Il cibo qui era più orientato verso il Messico: abbiamo divorato dei fantastici fish tacos per un pranzo veloce (circa 25€ in due). La sera, a Gaslamp Quarter, abbiamo cenato in un ristorante di pesce un po' più raffinato (70€ in due, ma ne valeva la pena).
La Costa e Los Angeles (Giorni 15-18)
Il quindicesimo giorno è iniziato il tratto più iconico: l'Highway 1, la strada costiera, in direzione Los Angeles (circa 200 km). Ogni curva era un punto panoramico. Ci siamo fermati a Laguna Beach e a Newport Beach per godere dei panorami mozzafiato.
A Los Angeles ci siamo fermati tre giorni (Giorno 16-18). La città è immensa e dispersiva, un labirinto di traffico e quartieri diversi. Abbiamo visitato Hollywood Boulevard e la Walk of Fame, un concentrato di kitsch e leggenda, poi il Griffith Observatory, da cui abbiamo goduto di una vista incredibile sullo skyline e sul famoso cartello di Hollywood, soprattutto al tramonto.
Il giorno dopo, Antonella mi ha trascinato a Venice Beach (il mio preferito): la Muscle Beach, gli skater, i murales e l'oceano. Un panino gigantesco da dividere, mangiato sulla spiaggia, ci è costato 15€. Abbiamo dormito in un motel economico vicino all'aeroporto di LAX per evitare il traffico del centro (85€/notte).
Il Ritorno a San Francisco (Giorni 19-20)
Il diciannovesimo giorno è stato tutto dedicato alla Pacific Coast Highway, il tratto costiero più famoso, che ci riportava verso San Francisco. È stata una giornata di guida lenta, con continue fermate. Il Big Sur è stato incredibile: scogliere a picco sull'Oceano Pacifico, il Bixby Bridge e i leoni marini che si scaldavano al sole a Point Lobos. Ho guidato per circa 650 km, ma il paesaggio non mi ha stancato un secondo. Per pranzo ci siamo accontentati di un sacchetto di patatine e frutta comprati in un piccolo market sulla strada.
L'ultima sera (Giorno 19) a San Francisco è stata malinconica: una cena a base di clam chowder in una pagnotta di pane (25€ in due), ripensando a tutti i chilometri percorsi, oltre 4.000 in totale. Il giorno dopo (Giorno 20), la riconsegna dell'auto e il volo di rientro per Trieste, con la testa piena di canyon, sequoie, luci di Las Vegas e l'infinito blu del Pacifico. È stato un viaggio incredibile, di quelli che ti cambiano la prospettiva, compiuto con l'unica compagna che poteva sopportarmi per 20 giorni in un'auto: la mia Antonella.
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